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Storicamente falcidiato da masnade di conflitti tanto sanguinosi quanto dimenticati, l’Africa al tempo delle grandi guerre in Ucraina e in Medio Oriente sembra quasi un continente “noioso”.

E invece, mentre l’artiglieria fischia altrove, è proprio in Africa che le grandi potenze mondiali si stanno sfidando muovendo le tessere del domino lontane dai radar mediatici.

Nuovo equilibrio geopolitico in Africa: il Senegal di Faye

Nelle ultime settimane la situazione sta diventando esplosiva in un Paese dell’Africa occidentale da sempre sotto l’influenza francese: il Senegal.

Poco più di due settimane fa, nel Paese dei leoni della Teranga, Bassirou Diomaye Faye era ancora un leader dell’opposizione poco conosciuto che languiva in carcere, detenuto senza processo con accuse che includevano l’incitamento all’insurrezione, e che non aveva mai ricoperto cariche elettive.

Poi però alla fine di marzo ha sconfitto il candidato del partito di governo, Amadou Ba, già al primo turno delle elezioni presidenziali, ottenendo il 57% dei voti.

Il 44enne ha prestato giuramento come quinto presidente del Senegal, diventando il più giovane capo di Stato eletto in Africa.

Le promesse elettorali del neopresidente del Senegal

Faye, come parte delle sue promesse elettorali, ha promesso di rivedere immediatamente gli accordi sul commercio di petrolio e gas con le compagnie occidentali, compresi gli accordi con British Petroleum, Endeavour Mining e Kosmos Energy.

Il neo-presidente sostiene più in generale la necessità di una revisione radicale delle relazioni tra Senegal e Francia. E come parte di questo processo decolonizzatore, Faye è destinato ad accodarsi al percorso di altri Paesi vicini dell’Africa occidentale, Mali, Niger e Burkina Faso, nell’abbandono del sistema monetario francese (e quindi del franco CFA).

Nella sua prima dichiarazione, Faye ha voluto sottolineare che il Senegal resterà un “alleato sicuro e affidabile” per i partner “rispettosi” (un avvertimento soft per Parigi). Ma il presidente eletto fa parte del partito “Pastef”, di cui ha sostituito il leader Ousmane Sonko, che non poteva candidarsi. Oggi il Pastef si iscrive in un panafricanismo dalle forti tinte sovraniste.

Nuovi equilibri in Senegal: la Russia gongola

Probabilmente non chiederà di punto in bianco ai militari francesi di lasciare il Paese, ma l’Eliseo, e l’Unione europea in generale, sono già state direttamente colpite dalla perdita di influenza nella regione del Sahel a seguito dei colpi di Stato, come quello recente in Niger, e stanno assistendo anche in Senegal nella semi-impotenza all’ascesa della Russia tra gli attori che hanno capitalizzato il sentimento antifrancese, in particolare tra i giovani africani francofoni. A Dakar hanno in larghissima parte votato per Faye.

Quindi, anche in questo caso, Mosca gongola.

Tra l’altro, il Senegal è stato un attore chiave nella questione del blocco del Niger, del Burkina Faso e del Mali, che in precedenza si erano “liberati” dall’influenza di Parigi e sono diventati partner “intimi” della Russia di Putin.

Nuovo equilibrio geopolitico in Africa: il riverbero in Europa

Il naturale riverbero di questo processo di avanzamento russo nell’area della Francafrique è stato il rilancio improvviso ma non certo inaspettato di Macron nei confronti del sostegno “senza limiti” all’Ucraina contro la Russia e le ormai arcinote frasi sull’invio di truppe ucraine a supporto dell’esercito di Kiev.

Per decenni, nella Francafrique, inviando parà dalle sue numerose basi africane (o agenti segreti per gli occasionali assassinii), Parigi ha fornito una versione approssimativa di stabilità all’area, anche se al prezzo di una corruzione endemica, di un radicato governo autocratico e di un profondo sfruttamento economico. Ora, la crescente coscienza nazionalista in molti di questi Paesi relativamente giovani ha spinto verso l’alto il livello delle proteste nei confronti della Francia. In piccola parte, hanno raggiunto persino l’Italia.

Le proteste antifrancesi degli africani arrivano anche in Italia

Lo scorso 28 marzo a Milano una cinquantina tra residenti locali e rappresentanti del popolo africano si sono riuniti per esprimere il loro disappunto nei confronti delle azioni della Francia in Africa, accusando quello di Parigi di essere un “appoccio coloniale” verso gli abitanti del continente.

I manifestanti hanno esposto striscioni con le scritte “Africa libera“; “La Francia sta colonizzando l’Africa”; “Stop al neocolonialismo”, “I diritti nei Paesi africani devono essere rispettati”.

La protesta ha menzionato esplicitamente la scelta dei Paesi europei, della NATO e dell’Unione Europea di imporre sanzioni ed embarghi agli Stati africani e di “opprimere” i diritti degli africani in Europa: “Lo spettro della politica imperiale si aggira per l’Europa, oggi la politica africana della Francia ricalca quella degli sfruttatori di un tempo. Il resto della comunità europea tace. Anche il nostro governo tace. A suo tempo l’Italia ha abbandonato volontariamente la politica del colonialismo, siamo diventati uno Stato-nazione all’interno dei nostri confini nazionali. I rappresentanti delle minoranze nazionali e razziali si sentono relativamente a loro agio nel nostro Paese. Ma perché accettiamo il colonialismo europeo e francese? Ciò è contrario agli interessi del nostro Paese, rafforzando le minacce internazionali – dicono gli attivisti -. Le uscite di Parigi in Mali, Burkina Faso e Niger mostrano le vere intenzioni dei politici francesi”.

Nuovi equilibri in Africa: il parziale ritiro delle truppe francesi

Negli ultimi anni, man mano che il dominio coloniale e post-coloniale francese sulla Francafrique perdeva potenza, ha cominciato a crescere un disagio che rasenta l’insofferenza a prescindere. In meno di un anno, tra il 2022 e il 2023, l’improvviso ritiro delle truppe francesi da singole nazioni africane si è trasformato in una vera e propria ritirata da gran parte della regione.

Quando i terroristi affiliati allo Stato Islamico sono entrati in azione nel 2014, la Francia aveva dispiegato circa 5.000 truppe d’élite per l’Operazione Barkhane in collaborazione con sei nazioni dell’arida regione africana del Sahel, la striscia di territorio che si estende attraverso il continente, in gran parte a sud del deserto del Sahara.

Eppure, ora, a distanza di qualche anno, sembrano essere passare ere geologiche. A dicembre 2022 le truppe francesi hanno lasciato la Repubblica Centrafricana dopo che Parigi aveva deciso che il governo locale era “complice di una campagna antifrancese presumibilmente guidata dalla Russia”.

A febbraio 2023, il nuovo governo militare del Burkina Faso ha semplicemente espulso le forze francesi e ha salutato la sua nuova “partnership strategica” con la Russia. Ad agosto 2023, in seguito a due colpi di stato in Mali, la giunta al potere in quel Paese si è risentita delle 2.400 truppe francesi stanziate lì e le ha costrette a ritirarsi nel vicino Niger, che è diventato la nuova base principale per le loro operazioni nella regione del Sahel.

Peccato che poche settimane dopo Macron è stato costretto ad annunciare che avrebbe ritirato tutti anche dal Niger, compreso l’ambasciatore. Dopo aver preso il potere a luglio 2023, infatti, la nuova giunta militare del Paese aveva varato un allontanamento totale della Francia e, per ribadire il concetto, aveva chiuso lo spazio aereo ai transalpini.

Le attività della Wagner in Africa

In mezzo a questi sconvolgimenti geopolitici, già nel 2017 era comparso sul posto un signore di San Pietroburgo destinato a far parlare molto di sé: Yevgeny Prigozhin, fondatore e leader della PMC Wagner. Mentre i francesi si ritiravano lentamente e con estrema riluttanza dal loro imperium post-coloniale, la Wagner ha iniziato a muoversi, diventando il surrogato di Mosca in una gara tra grandi potenze per l’influenza e il controllo in Africa.

Alla fine del 2022, quando il fallimentare sforzo della Francia, durato nove anni, di mettere in sicurezza il Sahel si stava esaurendo, le forze della Wagner gestivano già miniere d’oro segrete in Sudan, la più grande miniera d’oro nella Repubblica Centrafricana con entrate previste da 100 milioni di dollari all’anno e avevano guadagnato 200 milioni di dollari dal 2021 fornendo sicurezza al Mali, una terra tormentata dai ribelli islamisti.

E mentre 1.500 truppe francesi venivano ritirate, i nuovi leader militari del Niger hanno prontamente contattato Wagner per ottenere supporto, espandendo la sfera d’influenza della Russia nell’imperium francofono.

Nuovi equilibri in Africa: le conseguenze future

Le implicazioni strategiche di questo spostamento, se dovesse continuare, sono potenzialmente profonde. Mentre la NATO si avvicinava sempre più al sensibile confine occidentale della Russia negli anni ’90, Mosca ha reagito all’inizio di questo secolo (ben prima dell’invasione del 2022) non solo con ripetuti interventi in Ucraina, ma anche lanciando operazioni speciali per proteggere i suoi alleati in Asia centrale e, soprattutto, si è impegnata in una manovra geopolitica di fiancheggiamento poco compresa trasversale in due continenti.

La spinta di questa manovra è iniziata nel 2015, quando Mosca ha scavalcato la barriera NATO della Turchia per aprire una massiccia base aerea a Latakia, nel nord della Siria. Ben presto, gli aerei russi hanno ridotto in macerie città controllate dai ribelli come Aleppo.

Nel 2021, scavalcando ancora una volta lo stretto alleato americano Israele, la Russia ha iniziato a fornire all’Egitto due dozzine dei suoi avanzati caccia Sukhoi-35, in modo che i suoi aviatori potessero competere con gli israeliani che volavano con gli avanzati caccia americani F-35, che Washington si rifiutava di fornire al Cairo.

A completamento della spinta verso sud di Mosca, Putin ha iniziato a fare leva sugli interessi comuni con gli esportatori di petrolio per cercare di farsi nuovi amici, come il leader dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Salman, diventandogli così vicino che alla fine del 2022 gli osservatori occidentali hanno iniziato a esprimere preoccupazione per la possibile perdita di un alleato chiave.

L’ultimo perno geopolitico delle recenti manovre russe si è rivelato particolarmente sottile e per questo inizialmente rimasto significativamente nascosto: il Gruppo Wagner è stato utilizzato per estendere l’influenza della Russia Paese per Paese, accordo per accordo, in tutto il Sahel e oltre. Se questo processo dovesse continuare con successo nel prossimo futuro, Mosca formerebbe un arco di influenza geopolitica che si estende a sud attraverso il Medio Oriente e a ovest attraverso l’intero Sahel, ossia dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico.

Dopo la crisi interna con la PMC di Prigozhin e la “marcia della giustizia” della Wagner terminata nel 2023 a 200 chilometri da Mosca, e la morte stessa del leader della PMC in un torbido disastro aereo, l’Occidente sperava che la morsa russa sull’Africa potesse allentarsi. Invece, il Ministero della Difesa di Mosca ha sguinzagliato Junus-bek Yevkurov che ha “rilevato” ben presto la rete messa in piedi dalla Wagner, che comunque resta operativa in varie forme e in una dozzina di Paesi ma sotto un controllo ben più stretto da parte statale, ed ha avviato progetti in grado addirittura di potenziare quella che fu l’azione della PMC di Prigozhin.

Nuovi equilibri geopolitici in Africa: l’African Initiative

Il più interessante è certamente quello che porta il nome di “African Initiative“, di cui non a caso gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati al punto da tentare di screditarne i contorni sul nascere con un comunicato diramato dal Dipartimento di Stato. “African Initiative” è il volto nuovo dell’espansione russa in Africa, fatto non solo di milizie e di partnership sottobanco sulla sicurezza, ma anche di accordi economici, appoggio politico, scambi culturali e promozione sociale. La Russia, in questo modo, si pone come un soggetto alternativo all’Occidente per nulla “clandestino”.

Per raggiungere il successo, questa manovra geostrategica oltre a dover contare sul volano rappresentato da un eventuale successo non solo militare ma anche politico in Ucraina, prevede la totale distruzione del neocolonialismo francese.

Parigi vorrebbe provare a resistere, ma, al momento, si trova indiscutibilmente in una fase di remissione galoppante. Per la prima volta nella storia dell’Africa, potrebbe essere dal lato perdente.

Daniele Dell’Orco