Il fattore religioso nelle “rivoluzioni colorate”: il caso del conflitto ucraino

Il fattore religioso nelle “rivoluzioni colorate”: il caso del conflitto ucraino

Sembrava che nel XXI secolo l’umanità si fosse finalmente lasciata alle spalle le guerre di religione e la legittimazione religiosa del potere. Questo, almeno, è il caso dell’Europa, dove il sanguinoso confronto tra cattolici e protestanti ha consolidato una sensibilità speciale sulla separazione tra Chiesa e Stato. Una chiesa, una certa confessione, un singolo predicatore possono avere autorevolezza e influenzare il risultato delle elezioni politiche, ma i leader religiosi di solito cercano di prendere le distanze dai giochi di potere.
Tuttavia, la situazione è molto diversa quando entrano in partita grandi player geopolitici. Così, quasi ovunque nel corso delle “rivoluzioni colorate” dalla Jugoslavia all’Ucraina, le chiese sono entrate a far parte del “grande gioco”. Nelle ex repubbliche sovietiche formalmente atee, l’arrivo del nuovo sistema stimolò una rinascita religiosa, un appello alla storia e alla tradizione pre-sovietica, il che significa che diventava necessario il sostegno della Chiesa alle nuove autorità. A tutti i costi. È andata così in quasi tutti i paesi balcanici, così come in Ucraina, Moldavia e Georgia, ovunque un piccolo stato si sia separato dall’limpero”. Per questo se non consideriamo più in generale l’importanza del tema religioso, non possiamo comprendere la nuova “guerra fredda” dei conflitti in Donbass e in altre regioni dell’ex Unione Sovietica. In generale, la desecolarizzazione è un processo caratteristico del mondo postmoderno. L’istruzione laica obbligatoria, l’ateismo come norma etica e un’agenda mediatica rigorosamente di sinistra stanno diventando un ricordo del passato. Negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Africa e in America Latina, il fattore religioso gioca un ruolo crescente nella politica interna ed estera. Ad esempio il Presidente degli Stati Uniti cerca il sostegno prima delle elezioni tra i gruppi protestanti, la posizione degli ebrei ortodossi gioca un ruolo chiave nell’agenda politica interna di Israele e Recep Erdogan trasforma nuovamente la basilica di Santa Sofia in una moschea, incrementando così la percentuale di consenso tra i turchi.
Oggi è quasi impossibile prevedere lo sviluppo dei conflitti israelo-palestinese, armeno-azero, pakistano-indiano senza tener conto del fattore religioso. Gli analisti raramente prendono in attenzione questo elemento, ma lo stesso vale per il conflitto russo-ucraino, in cui il fattore religioso gioca un ruolo importante. Per la maggior parte dei residenti dei paesi slavi post-sovietici, l’identità ortodossa rimane il fulcro dell’identità nazionale. Secondo i sondaggi, la Chiesa in Ucraina e in Russia è più fidata rispetto alla classe politica screditata o, ad esempio, all’esercito. Un esempio lampante è la processione religiosa ucraina ortodossa (un tipo speciale di manifestazione religiosa sotto forma di una marcia pacifica lunga, a volte di molti giorni con preghiere e simboli religiosi) “Per la pace, l’amore e la preghiera dell’Ucraina”, che si è svolta dal 3 luglio al 27 luglio 2016 in diverse città dell’Ucraina ed è stata organizzata per la celebrazione della conversione al cristianesimo della Rus, il più antico Stato organizzato slavo-orientale. La Chiesa canonica ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca ha riunito centinaia di migliaia di fedeli per questo evento, molti più partecipanti di quelli radunati dalle proteste di Maidan nel 2014, quando nel Paese è caduto il governo. Anche quest’anno alla fine di luglio, è stata organizzata in Kiev un’altra grande manifestazione di cristiani ortodossi, dove sono risuonati slogan come “Satana governa l’Ucraina!”, “Restituiamo la croce a Santa Sofia” ecc. Noi non possiamo comprendere il significato di questi eventi se li collochiamo all’interno del paradigma politico secolare. Queste considerazioni sono utili al fine di chiarire in termini generali le dinamiche di scontro basate sui principi religiosi in Ucraina.
Anzitutto, giovano alcuni cenni introduttivi sull’Ortodossia mondiale: La Chiesa Ortodossa, costituita dalla comunità delle Chiese locali – autocefala (cioè autonoma), si considera l’unica, santa Chiesa unita e apostolica. Ogni chiesa autocefala è indipendente e autonoma negli affari della sua amministrazione rispetto alle altre chiese locali, ma è unita insieme a loro nella dottrina, accomunate anche nella comunione liturgica. A differenza della Chiesa cattolica, gli ortodossi non hanno un unico vertice.
Attualmente ci sono 15 chiese ortodosse riconosciute: Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, russa, georgiana, serba, rumena, bulgara, cipriota, greca, albanese, polacca, anche la Chiesa ortodossa d’America e la Chiesa ortodossa delle terre ceche e della Slovacchia. I loro confini, come nel caso della Chiesa ortodossa d’America o della Serbia, non coincidono con i confini degli stati, e in alcuni casi la chiesa non ha alcun stato di riferimento, come nelle chiese alessandrina o di Costantinopoli.
“La prima tra pari” è considerata Costantinopoli, che allo stesso tempo è una delle più piccole e dipendenti (più precisamente dagli Stati Uniti, dove si trova quasi la metà di tutti i fedeli e da cui proviene un sostegno finanziario costante, ma anche dalla Turchia, dove si trova la residenza permanente del Patriarca della Chiesa di Costantinopoli Bartolomeo. Inoltre, la maggior parte del clero ha la cittadinanza turca). Ma torniamo in Ucraina. Nella Chiesa ortodossa, come nella Chiesa cattolica, non è di fondamentale importanza il principio democratico di unire le comunità di credenti, quanto piuttosto la continuità apostolica. Pertanto, per i credenti, se è fondamentalmente viva la comunione divina piuttosto che i precetti politici, è importante essere vicini alla Chiesa ortodossa tradizionale. Dopo la caduta dell’Impero russo, c’era solo una di queste chiese in tutta l’Unione Sovietica: la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca (ROC MP o semplicemente ROC), senza contare la chiesa autocefala della Georgia. Sul territorio della Repubblica socialista sovietica ucraina, all’interno dell’URSS, c’era anche la Chiesa greco-cattolica ucraina – una chiesa cattolica locale di rito bizantino, creata nel paese di Riech come risultato dell’Unione di Brest nel 1596.
La maggior parte di greco-cattolici (fino a 4 milioni di fedeli) vivono nella parte occidentale dell’Ucraina e per questa ragione le tendenze del nazionalismo ucraino sono tradizionalmente forti lì. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei credenti sul territorio dell’Ucraina sono praticanti attivi o si riconoscono quantomeno a livello culturale nell’Ortodossia. Ma, con la caduta dell’Unione Sovietica, le élite politiche del nuovo stato ucraino iniziarono a tentare una rottura totale col Patriarcato di Mosca. Fino al 1990, i cosiddetti esarcati esistevano sul territorio della repubblica sovietica bielorussa e ucraina come giurisdizioni ecclesiastiche subordinate al Patriarcato di Mosca della ROC. Il 30-31 gennaio 1990, il Consiglio dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa ha adottato lo “Statuto sugli esarcati”, che conferiva agli esarcati ucraini e bielorussi il diritto all’autogoverno completo, alla gestione delle finanze, ecc., eccetto solo per le questioni teologiche riservate alla competenza del Consiglio generale. Inoltre, con il consenso del Patriarcato di Mosca, l’esarcato ucraino ha ricevuto il diritto di essere considerato come una chiesa indipendente, ovvero la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca (UOC-MP) che esiste ancora oggi e conta la maggioranza dei fedeli.
Nello stesso tempo, però iniziava una divisione all’interno della Chiesa ortodossa. Nel 1990-1992, il capo della UOC-MP era il metropolita Filaret (Denisenko), ma il 27 maggio 1992 il Consiglio episcopale della UOC-MP lo rimosse per attività scismatica eleggendo Vladimir (Sabodan) metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina. Filaret, dissimulando l’oltraggio, con il sostegno dei nazionalisti stabiliva contatti con un’altra setta ortodossa autoproclamata, la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, e quasi contemporaneamente costituiva insieme ai suoi poco rappresentativi sostenitori una “alternativa” – l’autoproclamato Concilio nazionalista, di cui veniva nominato patriarca. La “Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev” (UOC-KP), che storicamente non è mai esistita e non è stata riconosciuta da nessuna delle chiese ortodosse locali, prese effettivamente la parvenza di una setta protestante. Allo stesso tempo, negli anni ’90, Filaret iniziò a cercare entrature con gli Stati Uniti e il Patriarcato di Costantinopoli, che teoricamente avrebbero potuto concedere alla piccola setta nazionalista lo status legittimo di autocefalia. Vedendo le tendenze pericolose e l’ambizione di autogoverno, il Patriarcato di Mosca ha concesso piena autonomia alla UOC MP. Al Consiglio della Chiesa ortodossa russa, cui hanno partecipato tutti i vescovi in carica della Chiesa ortodossa ucraina, è stato adottato una statuto speciale “per confermare lo status di indipendenza e autonomia della Chiesa ortodossa ucraina, che ha ricevuto i diritti di ampio autogoverno secondo la deliberazione del Consiglio dei vescovi della Chiesa ortodossa russa nel 1990”. Sembrava che questo passaggio avrebbe dovuto calmare i nazionalisti ucraini. Tuttavia, hanno prevalso le ambizioni di potere che hanno guidato le élite politiche ucraine che dopo la “rivoluzione colorata” del 2014, sono riuscite a tornare al potere. Il governo del presidente Petro Poroshenko ha deciso di giocare il tutto per tutto per richiedere al Patriarcato di Costantinopoli il cosiddetto tomos – una lettera speciale di riconoscimento dell’autocefalia della chiesa. Allo stesso tempo, l’UOC più numerosa e canonica non richiedeva l’indipendenza a Costantinopoli.
Questa richiesta a Costantinopoli (adesso Istanbul) è stata formalizzata in favore di questo cosiddetto “Patriarcato di Kiev” dal Parlamento ucraino, che nel 2018 era costituito quasi interamente da esponenti nazionalisti, compreso il Presidente Petro Poroshenko in persona, violando così l’articolo fondamentale della Costituzione ucraina, per cui lo Stato non si intromette negli affari della chiesa. Come risultato il tomos veniva ottenuto, era stata creata così la cosiddetta Chiesa Ortodossa dell’Ucraina (OCU), usata come cavallo di battaglia nella campagna elettorale di Petro Poroshenko, che ha organizzato un “tomos-tour” – percorrendo i territori dell’Ucraina vantando la sua importanza storica.
Contrariamente alle aspettative, non c’è stato alcun passaggio considerevole di credenti dalla UOC-MP alla chiesa nazionalista di nuova costituzione. Le altre confessioni non hanno riconosciuto la nuova chiesa, negando credito a soggetti travestitisi con paramenti ortodossi, alla stregua di figuranti di rievocazioni storiche. Allo stesso tempo, sono proseguiti in tutta l’Ucraina i sequestri di chiese e monasteri ortodossi della UOC-MP da parte di razziatori nazionalisti armati, che hanno ricevuto la più alta “benedizione” dal Patriarcato filoamericano di Costantinopoli e dalle autorità nazionaliste. Gli eroi nazionalisti Stepan Bandera e Roman Shukhevych, che non erano mai stati predicatori o figure religiose, sono stati introdotti nel pantheon dei campioni della nuova “chiesa”. Completamente indipendente da Mosca, la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca rimane il principale gruppo confessionale, prestando servizio di anno in anno in una missione di mantenimento della pace nell’Ucraina meridionale, dove l’esercito ucraino sta combattendo contro i ribelli filo-russi.
Oggi, all’interno della cosiddetta OCU, nonostante il sostegno delle autorità ufficiali, la scissione continua con ulteriori divisioni. L’amico fidato di Poroshenko, Simeon (Shostatsky), riceve una mancia per il posto di “patriarca”. Petro Poroshenko, che è andato all’opposizione e ha creato il partito di solidarietà europea, non è soddisfatto della chiesa che ha creato, perché rimane una piccola setta nazionalista e non gli fornisce il sostegno promesso. I vescovi dell’Ocu si prestano ad una propaganda apertamente militarista e chiedono una soluzione di forza al conflitto nel sud-est del Paese (nelle regioni di Donetsk e Luhansk).
Che cosa porterà la presidenza di Vladimir Zelensky, non lo sappiamo ancora. Il pendolo della politica ucraina oscillerà verso l’integrazione con la Russia? In questo caso, un’identità religiosa comune diventerà la base ideologica della pacifica “reconquista” russa nello spazio di civiltà comune tra Ucraina e Russia. Questo lo capiscono molto bene le élite filo-occidentali dell’Ucraina e i loro protettori a Bruxelles e Washington, quindi la pressione delle autorità e dei media sulla Chiesa ortodossa canonica nei prossimi anni non farà che intensificarsi.

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