Affrontato l’aspetto geostrategico della lotta tra Cina e Stati Uniti nell’Indo-Pacifico e l’importanza pratica di Taiwan nella First-Island-Chain, è necessario approfondire un secondo terreno di scontro: quello ideologico.
L’ideologia di Xi Jinping e il Secolo dell’Umiliazione
Per farlo, bisogna fare un breve tuffo nel recente passato e in ciò che questo rappresenta per la Cina di oggi e in particolare per la visione ideologica di Xi Jinping, leader che ha trasformato un concetto storico – il cosiddetto Secolo dell’Umiliazione (1839–1949) – in una bussola strategica per il futuro del Dragone.
Che cos’è il Secolo dell’Umiliazione nella storia della Cina
La sua ambizione non è semplicemente il rafforzamento dello Stato, ma la restaurazione di un prestigio globale perduto. Ed è proprio in questa chiave che si comprende il crescente confronto con gli Stati Uniti e, indirettamente, con l’Occidente.
Per Xi, la Cina non ha ancora superato pienamente quel secolo segnato da invasioni occidentali, concessioni umilianti e perdita della sovranità nazionale. Anziché essere un ricordo scolastico, questo passato è un fardello vivo che permea ogni scelta politica.
Xi lo ha interiorizzato a livello personale – avendo vissuto l’esclusione sociale durante la Rivoluzione Culturale – e lo ha trasformato in una missione storica: impedire che la Cina venga nuovamente umiliata.
Il pensiero di Xi Jinping
Nel pensiero del Leader del Celeste Impero, potenza economica, capacità militare e superiorità tecnologica non sono strumenti volti al benessere, ma garanzie esistenziali. Solo una Cina forte può evitare un ritorno alla subordinazione. E chi si oppone a questa ascesa – come gli Stati Uniti – non è semplicemente un concorrente: è un antagonista sistemico.
Da ciò nasce la “lunga guerra” contro l’egemonia americana. Le restrizioni tecnologiche, i dazi commerciali e le pressioni geopolitiche non sono considerate da Pechino come eventi separati, ma parte di una strategia coordinata per frenare l’ascesa cinese.
La risposta, secondo Xi, non può essere immediata, ma studiata nel lungo periodo e modellata dagli insegnamenti di Sun Tzu.
Richiede:
- Autosufficienza strategica, con investimenti massicci in semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie dual use;
- Uso mirato delle risorse, dalle terre rare alla diplomazia energetica con il Sud globale;
- Mobilitazione ideologica, col rafforzamento del ruolo del Partito Comunista come unico garante della rinascita nazionale.
Questa postura non solo ridefinisce le relazioni internazionali, ma impone una nuova logica: la geopolitica come rettifica storica. Gli Stati Uniti, a loro volta, vedono Xi come un leader revisionista determinato a riscrivere le regole globali. Il risultato è un confronto che va ben oltre il commercio o i confini marittimi.
L’importanza di Taiwan per l’ideologia cinese
Tra l’incudine e il martello, c’è la piccola Taiwan, che rappresenta allo stesso tempo una ferita ancora aperta nel processo di “rivalsa storica” cinese e un tipo di modello politico-sociale totalmente antitetico a quello impostato dal Partito Comunista Cinese. Con l’aggravante che porta a sua volta la parola “Cina” nel nome (Repubblica di Cina).
In pratica, Taiwan oltre a proclamarsi “vera Cina” ed essere quindi considerata “separatista” nel progetto imperiale di Pechino, è pure una sua nemesi ideologica.
Sebbene il corso inaugurato da Xi abbia elevato la Cina al rango di grande potenza (ma, secondo diversi esperti, non ancora di “superpotenza”), il controllo accentrato ha inibito l’agilità economica. Le imprese private sono sempre più soggette a restrizioni ideologiche, e l’innovazione tecnologica, pur finanziata, soffre la mancanza di concorrenza reale.
Questo paradosso rende la Cina contemporaneamente formidabile e vulnerabile: una potenza determinata, ma meno flessibile di quanto appaia. Una macchina potente, ma rigida. Ciò sta producendo anche un effetto collaterale che probabilmente era sfuggito ai calcoli di Xi: il timore.
Il timore del fallimento.
Il timore di non riuscire ad adempiere al proprio destino storico.
Il timore di essere umiliati di nuovo.
Perché Taiwan è così importante nel progetto ideologico della Cina di Xi
È anche uno dei motivi per cui la Cina non ha ancora adoperato la violenza contro Taiwan. Pur essendo la dimensione delle forze in campo totalmente diversa, la presa di Taiwan “manu militari” non è facile, specie per un Paese che non combatte una “vera guerra” da decenni e che non ha ancora ben chiaro cosa possa innescare dal punto di vista socio-politico l’uso della forza. C’è, del resto, l’esempio ucraino che non sembra troppo rassicurante.
C’è l’incognita del ruolo che sceglierebbero di recitare Corea, Giappone e Filippine, oltre agli stessi Usa. C’è il rapporto di influenza con altri attori dell’area (come il Vietnam) già fondato su basi non troppo solide che potrebbe risentirne ancora di più.
C’è il fronte interno da gestire.
Che cos’è la “Not Today Policy”
C’è, pure, la “Not Today Policy“, ideata dal Ministro degli Esteri taiwanese Francois Wu, con cui comunque bisognerà fare i conti.Il punto di vista militare merita un approfondimento a sé, ma per ora basti spiegare in cosa consiste questa dottrina, modulata da una delle battute chiave del Trono di Spade: Taipei, giorno per giorno, deve portare in dote qualcosa di nuovo, qualche avanzamento tecnologico in più, qualche indice economico in più, qualche sondaggio in più, qualche appoggio diplomatico esterno in più, qualche innovazione militare in più.
Qualsiasi cosa possa spingere Xi a guardarsi allo specchio mentre si lava i denti al mattino e dire: “No, non è ancora il momento giusto“.
Not Today.
Ma così, giorno dopo giorno, finché esisterà Taiwan, il Secolo dell’Umiliazione e il dramma personale di Xi Jinping non finiranno mai.
