Da sempre caratterizzata dal dualismo di Kuonmintang e progressisti, la scena politica di Taiwan è piuttosto confusionaria, con implicazioni non da poco sui già complicati rapporti tra l’isola e la Cina continentale.
Le origini del Kuonmintang, il partito anticomunista di Taiwan
Il Kuonmintang (KMT), il partito fondato da Sun Yat-Sen allo scopo di rovesciare l’Impero Qing, è stato ereditato alla sua morte da Chiang Kai-Shek. Fervente anticomunista, il Generalissimo lo plasmò di un’impronta nazionalista cinese sulla carta repubblicana (come nell’ideale di Sun Yat-Sen, che pure però provava una chiara fascinazione verso il Giappone), ma in pratica volta principalmente alla lotta contro il PCC.
Quando i comunisti di Mao presero il potere alla fine della Guerra Civile, il sogno repubblicano di Sun Yat-Set venne “momentaneamente” proseguito nella fase di esilio del Kuonmintang a Taiwan. Qui per la verità Chiang Kai-Shek governò, fino alla sua morte, con una forma statale autoritaria e introducendo una delle più durature leggi marziali di sempre (oltre trent’anni), giacché nell’idea dei governanti esiliati la “Repubblica di Cina“, cioè Taiwan, sarebbe dovuta tornare a combattere e vincere nel Continente contro la “Repubblica popolare cinese”.
Il Kuonmintang oggi: da partito anticomunista a “filocinese”
Ora, nel processo di transizione democratica iniziato solo negli anni ’90, il Kuomintang è profondamente cambiato, così come i suoi partiti rivali, su tutti il DPP, il Partito Progressista Democratico. Se i progressisti, al governo da oltre 10 anni, hanno gettato le basi per una convinta lotta politica indipendentista e stanno creando come possono la costituzione di una forte identità taiwanese (il che si traduce nell’odio, ricambiato, verso il PCC), il KMT che fu anticomunista per antonomasia ora viene considerato “filocinese”.
Com’è possibile? Pe motivazioni sono varie.
La “One China policy” che accomuna il Kuonmintang e il Partito Comunista Cinese
Innanzitutto, il comunismo di Xi Jinping non è quello di Mao. Con la Cina continentale il Kuomintang condivide una matrice storica, etnica, culturale comune. Insita peraltro nella loro stessa rivalità atavica: entrambi riconoscono l’esistenza di “una sola Cina”, pur lasciando flessibile l’interpretazione di cosa ciò significhi dai rispettivi punti di vista. Ma comunque, concordare sulla “One China policy” è già tanto, sicché il nemico comune di entrambi diventa automaticamente l’indipendentismo liberal progressista.
Già in passato KMT e PCC hanno “collaborato” per contingenze storiche. All’inizio, quando il Partito Comunista venne fondato su influsso sovietico ma con i russi che sostanzialmente spinsero gli omologhi cinesi ad accettare la momentanea subalternità nel rapporti di forza. Durante la colonizzazione giapponese, quando le due forze si unirono (il KMT di Chiang Kai-Shek con meno entusiasmo) per espellere i nipponici e solo dopo darsi appuntamento per la resa dei conti finale.
Tra l’altro, anche il KMT storico aveva una sua fazione di sinistra, azzerata da Chiang Kai-Shek, ma rediviva col passare degli anni.
Oggi difatti le correnti al suo interno sono diverse e alle volte in contrasto circa la politica da intraprendere col vicino cinese.
I rapporti tra Kuonmintang e la Cina continentale
Negli ultimi decenni, il KMT ha dato priorità alla lotta interna contro il DPP, mantenendo solidi rapporti con la Cina continentale. Esempi significativi includono visite ufficiali a Pechino, come quella del 2015 tra Ma Ying-jeou e Xi Jinping, che generarono proteste a Taiwan e consolidarono l’immagine di un partito con posizioni eccessivamente concilianti.
In più, molti dirigenti e uomini d’affari legati al KMT posseggono interessi economici in Cina, e pertanto sostengono un modello di sviluppo economico che punta a relazioni strette con il continente (alimentando però pure l’esistenza di possibili pressioni politiche dirette da parte di Pechino).
Il KMT ha perciò promosso l’approvazione di accordi come il “Cross‑Strait Service Trade Agreement“, che ha scatenato le proteste di massa del cosiddetto “movimento dei girasoli”). Mentre quest’anno, insieme al partito alleato, il Partito Popolare Taiwanese (a sua volta considerato pro-China), ha sostenuto tagli massicci al bilancio, compresi i fondi per difesa e affari esteri, proprio in un contesto di forte tensione con Pechino.
Il principio di fondo, cioè quello di dialogo e buon vicinato con la Cina (per ora), si basa sulla necessità di alleggerire le tensioni e quindi anche la deterrenza, che Pechino percepisce come ostilità e incitamento al “separatismo”.
Le proteste a Taiwan e l’attuale caos politico
Per reazione, una nuova ondata di proteste ha creato il caos attuale, caratterizzato da un governo a guida DPP che promuove un programma di de-sinizzazione e costruzione di un’identità Taiwanese che possa portare all’indipendenza, e soprattutto ad armarsi fino al collo, promuovendo non solo investimenti nella Difesa ma anche training tra i civili che possano costruire una solida base motivazionale in vista di una possibile guerra (e perciò vengono accusati di usare la paura come strumento politico); dall’altro lato c’è l’assemblea legislativa che è in mano all’alleanza KMT-TPP.
Per combattere questa impasse e rimuovere i “filocinesi”, i movimenti di piazza hanno avviato il “Great Recall“, il più grande richiamo alle urne di Taiwan, per rimettere i mandati di oltre 30 deputati del KMT accusati di essere pro-China. Il voto di “richiamo”, previsto per le prossime settimane, potrebbe essere uno spartiacque politico enorme nella storia di Taiwan. E la Cina, ovviamente, è spettatrice interessata.
Ad oggi comunque i sondaggi, che danno il KMT in calo proprio per i sospetti di infiltrazione e appeasement filocinese, ritraggono i progressisti al 45%, contro il 28% ciascuno di KMT e TPP. I “conservatori” che vorrebbero promuovere il dialogo e respingono le accuse di essere Quinte Colonne. I “progressisti” che usano il paracadute del movimentismo “civico” per sostenere il muro contro muro.
Un plot-twist ormai talmente tanto comune da risultare quasi noioso.
Daniele Dell’Orco
