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La fragile normalizzazione tra Israele e la Siria si è interrotta bruscamente nell’ultima settimana, fino ad arrivare al bombardamento odierno su Damasco. A innescare la rottura è stata la violenta repressione contro la comunità drusa nel sud della Siria, che ha provocato una dura reazione da parte israeliana: una mossa presentata come difesa della minoranza, ma che di fatto mira a colpire le riserve militari siriane.

Dopo mesi di contatti discreti da parte israeliana — trapelati da fughe di notizie dalla parte siriana — il dialogo è naufragato, forse anche in seguito a un esito insoddisfacente nei recenti colloqui svoltisi in Azerbaigian.

Nel frattempo, Abu Mohammad al-Jolani — autoproclamato presidente siriano e leader jihadista di HTS — tace. Si presume sia ancora a Damasco, mentre anche nella capitale iniziano a emergere segnali di malcontento. Le proteste nei quartieri drusi avrebbero indotto le forze siriane a evitare il confronto diretto, lasciando di fatto l’area sguarnita.

Israele contro la Siria: Tel Aviv compatta contro al-Jolani

Nel nuovo quadro siriano, Israele sembra aver ridefinito le sue priorità. Il governo, da tempo spaccato su molte questioni, appare ora compatto nell’individuare in al-Jolani il nuovo nemico regionale.

Da sostenitori (seppur sotto traccia) delle rivolte che hanno rovesciato il potere di Assad, a nemici dichiarati del nuovo assetto siriano nel giro di pochi mesi. Dietro la retorica — anche numericamente fondata — della protezione della comunità drusa, si cela una strategia più ampia: contenere l’influenza jihadista nel sud della Siria e mantenere un margine di controllo sul futuro assetto del Paese.

A sottolinearlo è stato in modo esplicito il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, che in un post pubblicato su X ha definito il governo de facto siriano un “regime del terrore guidato da Al-Qaeda in giacca e cravatta”.

Le dichiarazioni del ministro israeliano

Il ministro ha poi attaccato frontalmente l’idea, ventilata da più parti internazionali, che al-Jolani possa essere riconosciuto come attore legittimo nella Siria post-Assad: «Chiunque pensi che sia un leader legittimo si sbaglia di grosso: è un terrorista, un barbaro assassino che dovrebbe essere eliminato senza indugio».

Parole che suonano come una vera e propria dichiarazione di guerra politica e morale, in un momento in cui la comunità internazionale appare divisa e in gran parte silente.

Chikli ha poi evocato i precedenti recenti, sottolineando la continuità delle violenze in Siria: «Abbiamo assistito all’orribile massacro degli alawiti, accolto dal silenzio assordante dei leader europei, e ora stiamo assistendo al massacro e all’umiliazione dei drusi. Il regime terroristico in Siria deve essere combattuto».

La revoca USA su HTS e l’allarme di Israele

Nella scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno ufficialmente revocato la designazione di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) — precedentemente noto come Fronte al-Nusra — dalla lista delle Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO), con una decisione firmata dal Segretario di Stato Marco Rubio.

Una mossa che ha solo ufficializzato l’apertura di un nuovo scenario geopolitico: diversi Paesi europei si erano affrettati negli scorsi mesi a riallacciare rapporti con al-Jolani, nella speranza di garantirsi un ruolo di primo piano nei futuri assetti della Siria. Tra questi, spicca la Francia di Emmanuel Macron, che ha persino accolto il leader jihadista a Parigi in incontri riservati.

I timori di Tel Aviv

Un’evoluzione che Israele guarda con crescente sospetto. In un momento in cui considera la Siria parte della propria naturale sfera d’influenza, la legittimazione internazionale di al-Jolani rappresenta non solo una minaccia strategica, ma anche una provocazione diretta.

Il messaggio lanciato da Tel Aviv è chiaro: nessun futuro equilibrio in Siria potrà includere chi viene ancora considerato un terrorista da eliminare.

 

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