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È dello scorso giugno la condanna definitiva che la Corte Suprema di Buenos Aires ha impresso a Cristina Kirchner con sei anni di reclusione e l’interdizione a vita da cariche pubbliche per aver dirottato appalti pubblici per la costruzione di strade e autostrade nella provincia di Santa Cruz, storica roccaforte kirchnerista a partire dagli anni ’90, verso Lazaro Baez, imprenditore amico dei coniugi Kirchner.

Cristina Kirchner condannata: i retroscena

Tale condanna, con la causa riaperta proprio sotto il governo liberal-liberista dell’avversario politico Mauricio Macri nel 2016 e chiusa in tempi record in un contesto giuridico nazionale in cui solo una causa di corruzione su dieci giunge a sentenza, fa discutere sull’imparzialità del giudizio: in molti fanno notare come lo stesso Macri, il cui nome è stato più volte riportato nei Panama Papers, è ad oggi coinvolto in 144 processi penali ad oggi tutti fermi.

La condanna di Cristina Kirchner vista dagli ex alleati peronisti

La condanna all’ex “Presidenta”, che sconterà la pena probabilmente ai domiciliari vista l’età, ha fatto sì che per il momento anche figure del peronismo che da tempo si erano allontanate dalla sua persona, come l’ortodosso Guillermo Moreno, si sono schierate a difesa di Cristina e gli stessi dirigenti del Partido Justicialista hanno evocato la mistica della “Resistencia Peronista”, rifacendosi agli anni fra il 1955 e il 1973 in cui in Argentina era addirittura proibito pronunciare il nome del generale Perón, in esilio nella Spagna franchista.

Inoltre, sono stati migliaia i sostenitori della vedova di Néstor a essere scesi per le strade di Buenos Aires per mostrarle la loro vicinanza e la contrarietà alla condanna della magistratura, così come anche la sinistra trozkista argentina ha mostrato il suo supporto. Al di là dei fatti, con i conseguenti dubbi, relativi alla questione giudiziaria, appare evidente come questa sentenza segni comunque una conclusione di un ciclo politico, quello del kirchnerismo, che durava dall’ascesa alla presidenza del marito Néstor Kirchner.

Le conseguenze del kirchnerismo

Il governo di Néstor sicuramente ha beneficiato del ciclo positivo delle economie latino-americane degli inizi degli anni duemila, ponendo un parziale rimedio alla crisi del 2001.

Nonostante ciò, la forte implementazione degli aiuti assistenziali con i cosiddetti “planes sociales”, il cui carico fiscale è stato scaricato sulla popolazione lavoratrice, non ha certo edificato un salubre modello di stato sociale, peraltro molto distante dall’idea corporativa di Perón che affermava che “l’unica classe sociale è quella che lavora”.

Classe lavoratrice argentina che, da bacino importante di voti per il Partido Justicialista, è diventata nel frattempo un blocco di consenso importante per il libertarismo protestatario di Javier Milei.

La ripresa dei processi agli esponenti delle giunte militari del “Proceso de Reorganización Nacional” e, al tempo stesso, l’insediamento in ruoli dell’amministrazione pubblica di ex appartenenti al movimento dei Montoneros è stato un qualcosa di ben distante dalla ricostruzione di una ritrovata armonia nazionale, come invece auspicavano i settori del nazionalismo peronista.

La politica economica di Néstor e Cristina Kirchner

Inoltre, il processo di reinserimento dello Stato nell’economia nazionale argentina è stato comunque parziale, se si pensa che la quota in YPF, la compagnia petrolifera del Paese del Cono Sud parzialmente rinazionalizzata da Cristina Kirchner, dell’importante uomo d’affari argentino Eskenazi non è stata toccata, e, d’altra parte, i rapporti che, in ogni caso, emergono dalla recente sentenza giudiziaria fra i Kirchner e l’imprenditore Lazaro Baez dimostrano ulteriormente la vicinanza del kirchnerismo ad una certa “oligarchia” argentina.

Se poi si aggiungono le politiche affini alle logiche del femminismo individualista sul campo dei diritti individuali e una politica estera che, salvo alcuni slanci, è stata ben distante dall’affermazione di quel terzo polo internazionale che il generale Perón prospettava, si comprende bene come l’eredità storica, dottrinaria e culturale del peronismo sia stata fortemente diluita con il kirchnerismo.

Con Cristina ai domiciliari è certamente possibile che la sua figura possa rimanere un simbolo recente della politica argentina e possa alimentare il consenso di personalità politiche come il keynesiano Axel Kicillof, principale artefice della svalutazione del peso argentino nel 2014, o Juan Grabois, ma il ciclo politico che l’ex “Presidenta” e il marito deceduto nel 2010 hanno inaugurato con il governo del 2003 è giunto oramai al suo naturale declino.

Matteo Boniello