La Siria del post-Assad sta attraversando una fase di profondo riposizionamento strategico. Caduto il vecchio asse che per oltre un decennio aveva legato Damasco a Mosca e soprattutto a Teheran, il nuovo governo di Ahmed al-Sharaa ha cercato di accreditarsi come interlocutore affidabile per l’Occidente, trasformando la propria politica estera in uno strumento essenziale per ottenere ciò di cui il Paese ha più bisogno: investimenti, ricostruzione, legittimazione internazionale e soprattutto la fine dell’isolamento economico.
La Siria post Assad: un primo sguardo a Occidente
È stata una scelta definita, anche correttamente, pragmatica. La Siria uscita dalla guerra civile non aveva le risorse per ricostruire il Paese e aveva bisogno di riaprire i canali con Washington, Bruxelles e le principali economie del Golfo. Il risultato più significativo è arrivato nel giugno 2025, quando gli Stati Uniti hanno revocato il principale regime di sanzioni economiche contro la Siria. Una svolta che ha rappresentato uno dei principali dividendi diplomatici ottenuti da Damasco nel nuovo corso.
Da allora, il governo di al-Sharaa ha compiuto una serie di passi che, letti nel loro insieme, raccontano una precisa traiettoria. Damasco ha ridimensionato la propria dipendenza dalla Russia, ha mantenuto aperto il dialogo con Mosca sul futuro delle basi di Hmeimim e Tartus, ha cercato di ricondurre le forze curde del nord all’interno delle strutture statali e ha intensificato i rapporti con le istituzioni occidentali. A luglio, infine, la visita del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres a Damasco ha rappresentato un ulteriore segnale del reinserimento della Siria nella diplomazia internazionale.
La necessità di ricostruzione e le divisioni interne
Non si è trattato soltanto di diplomazia. La nuova Siria ha dovuto affrontare contemporaneamente la ricomposizione di un Paese frammentato, la questione curda e le profonde fratture settarie. L’integrazione delle forze curde nelle strutture militari statali si inserisce proprio in questo tentativo di ricostruire un monopolio della forza che, almeno sulla carta, dovrebbe appartenere a Damasco. Ma è proprio qui che emerge il paradosso del nuovo corso siriano.
La riconciliazione interna è tutt’altro che compiuta. La questione alawita rimane una delle ferite più delicate del Paese: una comunità che per decenni ha rappresentato il nucleo politico e militare di Assad si trova oggi dall’altra parte del potere. A ciò si aggiungono le tensioni che hanno coinvolto cristiani e drusi e, più in generale, il problema della protezione delle minoranze in un sistema politico ancora dominato da forze provenienti dall’universo islamista. Le promesse di inclusività avanzate da al-Sharaa – e prontamente disattese – devono quindi confrontarsi con una realtà molto più complessa.
Damasco, insomma, ha ottenuto una parte significativa di ciò che cercava dall’Occidente. Ma in cambio si è ritrovata dentro un equilibrio regionale nel quale la propria autonomia strategica rimane estremamente limitata. Ed è soprattutto sul fronte israeliano che questa contraddizione sta diventando evidente.
La “nuova” Siria schiacciata tra Ankara e Tel Aviv
La Siria di al-Sharaa sta cercando di muoversi tra due potenze regionali che hanno interessi sempre più divergenti sul futuro del Paese: la Turchia, principale sostenitrice della nuova leadership siriana, e Israele, che considera con crescente preoccupazione l’espansione dell’influenza turca oltre il proprio confine settentrionale. Il rischio è che la Siria diventi il terreno sul quale questa rivalità viene progressivamente trasferita.
L’attacco israeliano alla base di Abu al-Duhur, nell’area di Idlib, del 18 agosto rappresenta in questo senso un passaggio particolarmente significativo. I raid di Tel Aviv hanno colpito la pista e le strutture della base. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse necessaria per impedire un possibile dispiegamento militare turco nella struttura; Ankara ha respinto questa ricostruzione, mentre Damasco ha assicurato di non aver previsto la creazione di una base turca permanente. La questione, dunque, non riguarda più soltanto la Siria e Israele. Riguarda anche il rapporto, sempre più delicato, tra Ankara e Tel Aviv.
Il ruolo degli Stati Uniti
Washington si è trovata nel mezzo. L’amministrazione Trump ha cercato – con evidente imbarazzo – di evitare che la crisi degenerasse, lavorando a un meccanismo di deconfliction nel triangolare Israele, Turchia e Siria e tentando di creare canali di comunicazione capaci di impedire incidenti militari. Ma il messaggio rivolto a Damasco è apparso, almeno secondo quanto riferito da funzionari statunitensi, sostanzialmente improntato alla prudenza: la Siria avrebbe dovuto evitare un’escalation e attendere che passassero le elezioni israeliane.
È precisamente qui che la strategia siriana si è scontrata, forse per la prima volta, con la realtà. Per Damasco, accettare la protezione diplomatica occidentale significa anche accettare che quella protezione abbia dei limiti. Gli Stati Uniti possono mediare, costruire meccanismi di comunicazione e cercare di contenere Israele – al netto delle sempre più frequenti fughe in avanti -. Ma Washington non è disposta a trasformare questo sostegno in una garanzia militare per la Siria.
È dunque necessario riconoscere che, nell’entropia politica che attraversa Damasco, interrogarsi sull’affidabilità del nuovo sistema di alleanze non costituisce soltanto un esercizio di calcolo economico o diplomatico. È, prima ancora, una questione di sopravvivenza politica nel lungo periodo: quella di una leadership ancora estremamente fragile, esposta ai terremoti geopolitici e alle dinamiche eterodirette degli attori esterni, che potrebbero modificarne gli equilibri o persino annientarla con la stessa rapidità con cui l’hanno condotta al potere: dal tramonto all’alba.
La Siria apre le porte al dialogo con l’Iran
Così, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha recentemente lasciato aperta la porta a un possibile dialogo con l’Iran, ponendo però una condizione tutt’altro che marginale: Teheran dovrebbe riconoscere il proprio ruolo nel sostegno al regime di Bashar al-Assad e affrontare ciò che Damasco considera il costo politico e umano del suo intervento in Siria negli ultimi quattordici anni. «La diplomazia non ha limiti», ha affermato al-Shaibani, spiegando che un eventuale riavvicinamento richiederebbe una «soluzione reale» rispetto a quanto fatto dall’Iran durante la guerra.
L’Iran resta infatti uno degli attori più complessi ma allo stesso tempo affascinanti per la nuova leadership siriana: Teheran è stato uno dei principali sostenitori di Assad e ha utilizzato il territorio siriano come componente fondamentale della propria rete regionale attraverso le forze alleate e le milizie che hanno combattuto al fianco dell’esercito governativo nella lotta proprio contro chi, ora, siede sullo scranno presidenziale. Per al-Sharaa e per il suo entourage, riaprire un canale con Teheran significa quindi dialogare con uno degli avversari più importanti della guerra civile.
Eppure la politica internazionale raramente segue le categorie dell’amicizia o dell’inimicizia permanente. Se l’Occidente può garantire accesso ai mercati, investimenti, riconoscimento diplomatico e la rimozione delle sanzioni, Teheran conserva un altro tipo di capitale strategico: esperienza militare, capacità di proiezione regionale e una rete di attori armati costruita nel corso di decenni. È un patrimonio che Damasco potrebbe non voler necessariamente utilizzare, ma che potrebbe tornare a considerare utile nel momento in cui la propria sicurezza nazionale appare esposta.
L’attendismo siriano nel contrasto ad Hezbollah
In questo quadro si inserisce anche la scelta del governo centrale di muoversi con estrema cautela di fronte alle pressanti richieste statunitensi di intervenire contro Hezbollah, sia attraverso un più stringente controllo dei confini per impedire il transito di armamenti, sia mediante un’azione diretta in territorio libanese, in particolare nella valle della Beqaa, dove il Partito di Dio mantiene proprie strutture e conduce attività di addestramento. Sebbene il contenuto preciso delle richieste americane non sia emerso pubblicamente, a Damasco è ben chiaro il rischio di una simile operazione: un intervento contro Hezbollah finirebbe per compromettere ulteriormente qualsiasi tentativo di riavvicinamento a Teheran, trasformando una cauta apertura diplomatica in una frattura difficilmente ricomponibile. Ma il problema non sarebbe soltanto esterno. Un coinvolgimento diretto nel confronto con l’asse sciita rischierebbe di riaprire, all’interno della stessa Siria, quelle faglie settarie che la nuova leadership tenta faticosamente di ricomporre.
Il nuovo corso ha fatto all in nel proprio accreditamento occidentale. Ha ottenuto la revoca delle sanzioni statunitensi, ha riaperto i rapporti con le istituzioni internazionali e ha cercato di costruire una nuova architettura regionale fondata soprattutto sulla Turchia e sui Paesi arabi. Ma se, parallelamente, Israele continua a colpire ed occupare vaste parti del territorio siriano e Washington si limita a mediare e chiedere moderazione, l’equazione comincia a diventare meno conveniente per Damasco.
Renderne conto al proprio elettorato interno, anche sull’onda emotiva di una rivoluzione che è destinata a segnare intere generazioni, non è un‘operazione che si può limitare ad una dichiarazione stampa. I popoli non vivono di diplomazia da salotto ma necessitano risposte che si esplicano sostanzialmente in risultati concreti. È una questione di percezione, prima ancora che di alleanze.
Perché la Siria del post-Assad non può permettersi di ricostruire il Paese se contemporaneamente deve accettare che le proprie infrastrutture militari siano vulnerabili a operazioni israeliane. E non può costruire una nuova sovranità nazionale se la sua sicurezza dipende interamente dalla capacità di altri attori di convincersi a non intervenire.
Damasco ha già dimostrato di essere disposta a cambiare alleanze per sopravvivere. Ora deve capire se i nuovi partner sono disposti a fare altrettanto per proteggerla.
