Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto favorevole alla partecipazione della Russia al prossimo summit sulla pace in Ucraina.
Dopo i primi colloqui di metà giugno in Svizzera, a cui hanno partecipato i rappresentanti di 92 Paesi ma ai quali non era stata invitata la Russia, Zelensky ha detto: «Penso che i rappresentanti russi dovrebbero partecipare a questo secondo vertice».
Le parole del presidente ucraino sono arrivate nel corso di una conferenza stampa a Kiev lunedì. Zelensky starebbe sperando che un “piano” per un simile incontro possa essere pronto a novembre.
L'”apertura” di Zelensky influenzata dall’opinione pubblica
Un netto cambio di impostazione rispetto anche solo a poco tempo fa, trainato probabilmente anche dal sentimento di insofferenza crescente tra la popolazione ucraina.
Un sondaggio citato dal quotidiano ucraino Dzerkalo Tyzhnia ha rilevato che quasi il 44% degli ucraini è favorevole all’avvio di colloqui di pace ufficiali con la Russia, nonostante la maggioranza continui a respingere le richieste di Vladimir Putin di porre fine alla guerra.
I sondaggi, come in ogni situazione e ancora di più in tempi di guerra, vanno interpretati. Parlare apertamente di colloqui di pace è ancora percepito come qualcosa di rischioso per la propria incolumità, per questo, è realistico immaginare che ci siano molti soggetti ricompresi nel campione restii a palesare la loro vera opinione.
A conti fatti, quindi, quel 44% di “pacifisti” potrebbe essere maggiore e le autorità stanno iniziando a tenerne conto.
I dettagli del sondaggio ucraino sulla pace con Putin
Nell’indagine, non sono state ovviamente incluse le persone residenti nella penisola di Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, né in altre aree dell’est e del sud del paese sotto il controllo russo.
Le regioni meridionali dell’Ucraina hanno mostrato il più alto sostegno all’avvio dei colloqui di pace, pari a circa il 60%, mentre quasi la metà di coloro che risiedono nelle regioni centrali si è dichiarata favorevole ai negoziati.
Nella parte occidentale del Paese, considerata una roccaforte della popolazione di lingua ucraina che tradizionalmente vota per i partiti nazionalisti ucraini e filo-occidentali, solo il 35% della popolazione era favorevole all’avvio di colloqui di pace con Mosca.
Sebbene far sedere la Russia al tavolo dei colloqui fosse qualcosa di piuttosto ovvio, perché per raggiungere una formula di pace, qualsiasi essa sia, serve che si parlino entrambi i soggetti in guerra, dire apertamente una cosa del genere fino a poche ore fa comportava accuse di putinismo.
L’aria, dunque, sta evidentemente cambiando.
Guerra in Ucraina: la strategia occidentale prima delle elezioni americane
Ad ogni modo, la dichiarazione di Zelensky, che arriva a pochi giorni dal vertice Nato di Washington e dal trionfalismo circa l’arrivo degli F-16 in Ucraina, sta a significare una cosa: da oggi a novembre (elezioni in Usa) l’Occidente compirà il massimo dello sforzo possibile per portare sul campo di battaglia letteralmente qualsiasi cosa ci sia a disposizione.
A cominciare dalla difesa aerea, passando per i caccia (Kiev ne chiede 128, da qui a novembre ne arriveranno realisticamente un paio di dozzine combat ready), per gli Himars e per qualsiasi cosa possa trasformare da un lato l’Ucraina in un Paese Nato senza essere nella Nato (come armamenti in dotazione e come addestramento) e dall’altro fungere da deterrente per Mosca e convincere Putin che trattare sia meglio per tutti.
Il problema è che, propagande a parte, Putin le trattative le avrebbe aperte anche prima.
Pace in Ucraina: le possibili conseguenze delle trattative
Dal punto di vista territoriale, parlare vorrà dire riconoscere due cose:
- che Kiev dovrà fare concessioni;
- che Mosca dovrà rinunciare a delle pretese.
Ma sono le premesse politiche il problema, come lo sono sempre state. E non sarà l’arsenale di Zelensky a cambiare qualcosa.
Alla Russia l’Ucraina non farà paura domani più di quanto non lo faccia oggi. All’Ucraina l’abbraccio totale alla Nato toglierà qualsiasi capacità di interlocuzione con Mosca. Senza neutralità da un lato e garanzie di non aggressione (con deterrenza seria) dall’altro, non si arriverà mai a dama.
Pace in Ucraina: le condizioni di Putin
A riprova delle difficoltà nel trovare valide premesse dialettiche, secondo il sondaggio di cui sopra la stragrande maggioranza delle persone intervistate ha respinto le richieste avanzate dal presidente russo Vladimir Putin per porre fine alla guerra.
A giugno, Putin aveva detto che la Russia avrebbe accettato un cessate il fuoco e avviato colloqui di pace se l’Ucraina avesse ritirato le sue truppe dalle quattro regioni a sud e a est che Mosca afferma di aver annesso inserendole nella propria Costituzione.
Di queste quattro regioni, solo quella di Lugansk è ampiamente controllata dalle forze militari russe, che negli ultimi mesi stanno avanzando villaggio dopo villaggio anche nell’Oblast di Donetsk, senza che ci siano però al momento realistiche prospettive di conquistare le roccaforti rimaste (Slavyansk e Kramatorsk) nel breve.
La loro cattura, a questo ritmo, potrebbe richiedere anni. Quasi l’83% delle persone intervistate si è dichiarato contrario al ritiro dell’Ucraina dalle regioni rivendicate dalla Russia.
Putin aveva anche chiesto a Kiev di rinunciare a qualsiasi ambizione di unirsi alla NATO. Secondo il sondaggio, quasi il 59% della popolazione era contrario a sancire il non allineamento militare nella costituzione ucraina.
Insomma, sempre più ucraini vogliono l’inizio dei colloqui di pace, ma sulle posizioni di partenza dei due contendenti le deroghe possibili sembrano ancora pochissime.
Si parla molto di scenario coreano, forse sarebbe più probabile uno scenario georgiano, con una classe politica ucraina atlantista ed europeista ma senza porte chiuse a tripla mandata verso Mosca, e con una non belligeranza né attuale né futura nonostante i territori (tuttora) contesi.
Daniele Dell’Orco
