Denis Pushilin, già tra le principali figure dei primi movimenti separatisti ucraini, è oggi il capo dell’amministrazione dell’Oblast di Donetsk. In questa intervista esclusiva rilasciata a Crisis Watch, Pushilin parla della recente presa russa di Ugledar, dello stato dei negoziati tra Russia e Ucraina, del ruolo dell’Occidente e della vita quotidiana passata a Donetsk sotto i bombardamenti.
La presa russa di Ugledar: i vantaggi secondo Denis Pushilin
L’importanza strategica della cattura di Ugledar da parte dell’esercito russo nella regione di Donetsk è difficile da comprendere appieno.
Si tratta di una roccaforte che l’esercito ucraino ha a lungo considerato quasi inespugnabile. Teatro di aspri scontri armati da almeno un anno e mezzo, Ugledar è (era) una cittadina da circa 14mila abitanti a sud-ovest del capoluogo della regione, Donetsk, su un punto rialzato che, pur non essendo altissimo, consente comunque di dominare le praterie circostanti.
In più, per la sua conformazione architettonica somiglia molto ad uno dei tanti quartieri dormitorio in stile sovietico formati da vari palazzi a 9 piani concentrati in uno spazio piuttosto ristretto.
Militarmente, quindi, è perfetta per diventare un fortino.
I russi dall’autunno del 2023 cercano di controllarla per varie ragioni:
- Per espandere la zona di controllo alle porte di Donetsk e limitare i colpi ucraini non solo verso la città ma anche verso l’autostrada che collega il capoluogo con Mariupol, soprattutto all’altezza di Volnovakha, ex snodo ferroviario cruciale per Kiev per muovere le truppe nel Donbass meridionale dal 2014 al 2022;
- Per provare il ricongiumento con le conquiste nella zona di Marinka, altra e roccaforte ucraina a ridosso del distretto Petrovsky di Donetsk;
- Per dimostrare alle proprie truppe, dopo i fallimenti, alcuni tragicomici, degli assalti dei mesi scorsi, di poter avere l’iniziativa anche in una direzione difficile del fronte.
Il capo dell’amministrazione dell’Oblast di Donetsk, Denis Pushilin, aggiunge un altro punto a questa lista:
«È una importante città mineraria – dice in esclusiva a Crisis Watch -. E ci faciliterà il compito per quanto riguarda la nostra logistica».
In effetti, proprio nella zona di Volnovakha e dei villaggi limitrofi, centinaia di famiglie vivono da due anni un’esistenza sospesa: quando i russi nella primavera del 2022 mossero verso Mariupol presero il controllo delle zone in cui vivevano, ma non di quelle in cui lavoravano, come ad esempio le miniere di Ugledar.
A Crisis Watch, alcuni dei muratori impegnati nella difficile ricostruzione di Volnovakha, vista la vicinanza col fronte rimasta fino ad oggi, avevano già raccontato in passato di non aver potuto accedere ai sussidi elargiti dal welfare russo dopo l’annessione della Repubblica di Donetsk.
Uno di loro, Andrej (nome di fantasia) era tornato a lavorare come manovale a quasi 70 anni per via dell’impossibilità di convertire la pensione che percepiva da Kiev con quella pagata dalle nuove autorità di Mosca: «I miei documenti previdenziali sono tutti negli uffici di Ugledar. Senza di quelli per la previdenza russa sono un fantasma». E chissà che ci siano ancora visto il livello di distruzione catastrofico subito da una città dopo quasi due anni di battaglia, sebbene tra le sue rovine l’esercito di Mosca abbia trovato miracolosamente vivi oltre 100 civili negli scantinati.
La resa della 72esima brigata ucraina: «una ragione in più per festeggiare» secondo Denis Pushilin
«C’è anche un’altra ragione per noi di festeggiare – aggiunge Pushilin -. Il fatto che il governo ucraino abbia dovuto prendere una decisione difficile, quella di arrendersi, solo dopo che le sue truppe abbandonate in condizione di accerchiamento hanno forzato la mano e costretto i comandi alla resa».
Il riferimento è alla sorte della 72esima brigata, una delle più preparate e che per questo è stata in grado di tenere la città per mesi. Quando l’esercito russo è riuscito ad avanzare su tre lati rendendone impossibile il compito di continuare a tenere le posizioni, i soldati di Kiev hanno provato in tutti i modi a “sollecitare” per giorni (anche via social) il proprio comando per evacuarli. Ma senza successo.
Oltre un centinaio di quelli che sono morti, che sono stati fatti prigionieri o che hanno disertato si sarebbero potuti salvare se i comandanti avessero dato l’ordine con almeno 4 o 5 giorni di anticipo, quando l’unica via di rifornimento rimasta era già sotto il tiro delle forze russe e le rotazioni diventavano scarse, quasi impossibili.
«Ora vedremo in quale direzione i nostri comandi decideranno di procedere ma abbiamo le miniere, e l’Ucraina ha perso un hub logistico che porta a Kurakhovo, che ora rischia di rimanere tagliata fuori. Anche da lì piovono bombardamenti su Donetsk.
Ad ogni modo stiamo evidenziando avanzamenti in tutte le direzioni, come quella di Chasov-Yar e Pokrovsk.
Speriamo di riuscire presto a liberare tutto il territorio della Dpr».
Quali sono gli altri avamposti ucraini a rischio nella zona
Specie verso Pokrovsk, un altro grande avamposto che rischia seriamente la caduta nelle prossime ore è Selidovo, mentre è ancora da scrivere la sorte di Toretsk, con le truppe d’assalto russe del raggruppamento “Centro” che sono riuscite a mettere piede in città ma a costo di lenti e complicati attacchi frontali.
Pushilin, comunque, ritiene che questi sviluppi militari dimostrino che le truppe russe non abbiano risentito troppo dell’offensiva ucraina nella regione di Kursk. Anzi, forse è proprio l’opposto, visto che lo sforzo di Kiev ha sottratto risorse al fronte del Donbass e, privando i reparti di rotazioni, sta vedendo uno smisurato aumento delle diserzioni.
Proprio a Ugledar, oltre al dramma della 72esima brigata, nelle scorse ore l’86esimo battaglione della 123esima brigata delle Forze di difesa territoriale ha diffuso la notizia della resa di 100 soldati a causa della situazione disperata che si era venuta a creare. Il comandante, Igor Grib, si è suicidato sparandosi alla testa.
«E c’è chi ha il coraggio di parlare di trattative per la pace – attacca Pushilin -. Il piano proposto da Zelensky negli Stati Uniti è solo volto a tenere alta l’attenzione di altri Paesi occidentali. Non porta da nessuna parte, non ha basi realistiche e soprattutto non può andare di pari passo col tentativo di ottenere l’autorizzazione per colpire il territorio russo con missili a lungo raggio.
Gli aeroporti che la Russia utilizza per le operazioni aeree sono situati molto al di là del raggio dei missili (almeno 3, però, sarebbero per la verità sotto tiro, Ndr) quindi per loro non si tratta di una reale questione di sicurezza. Vogliono solo fare più danno possibile, proprio come stanno facendo con l’insensata offensiva di Kursk».
Denis Pushilin sui negoziati: «L’Occidente fermi i finanziamenti all’Ucraina»
Procedendo a ritroso sulla possibilità di riprendere colloqui realistici, Pushilin definisce “interventi a livello più profondo” quelli che nel marzo 2022 portarono al naufragio degli accordi di Istanbul: «I mediatori avevano lavorato bene. Ma poi c’è stata un’interferenza. Tutti pensano alle parole di Boris Johnson, ma io ritengo che la volontà sia stata anche di altri. Non certo ucraina, perché dal 2014 il loro è uno stato fantoccio senza sovranità. Hanno bisogno di aiuti esterni per qualsiasi cosa. Non possono pagare stipendi, non hanno armi, non hanno uno stato sociale e non votano nemmeno. Noi siamo grati agli sforzi di Paesi come Russia e Cina per promuovere un colloquio che ricomprenda anche la Russia, ma dipende tutto dall’Occidente. Devono fermare i finanziamenti e sedersi a parlare».
Pushilin, che fu uno dei leader principali dei primi movimenti separatisti anti-Maidan e tra i mediatori col governo centrale ucraino prima dell’esplosione del conflitto che si protrae (in forma diversa) ancora oggi, sostiene che la loro guerra non sia “contro qualcuno” ma «per la protezione della nostra lingua e della nostra identità. Siamo tutti parte di una realtà più grande, prima era l’Unione sovietica e oggi si chiama Russia. Con l’annessione noi siamo solo tornati ad essere formalmente dove eravamo sempre stati fattivamente. Leggiamo cosa dicono di noi i media occidentali e non è bello vedere come usino spesso dei doppi standard. I cittadini occidentali si stanno accorgendo che le idee e i modi di vivere che il mondo a guida statunitense vuole imporre agli altri non valgano più nemmeno da loro.
Negli ultimi anni sono crollati tre miti: che in Occidente ci sia libertà di pensiero e di informazione, visto che voi non avete più possibilità di consultare alternative comunicative e per vedere come stanno le cose qui dovete per forza venirci; che la proprietà privata sia sacra, vista l’introduzione di sanzioni e l’appropriazione dei beni russi; che si tratti di un mondo democratico dove governa davvero il popolo. Ma allora perché ad esempio le volontà degli elettori non vengono rispettate? In Germania davvero i cittadini vogliono pagare il gas molto di più di quanto facessero con la partnership russa? I loro governanti avrebbero potuto usare le risorse che spendono per l’energia per provare a migliorare la situazione dei loro cittadini. Ma non lo fanno. Siamo sicuri che il popolo ne sia felice?»
Le argomentazioni di Pushilin non sono molto diverse rispetto a quelle che Vladimir Putin utilizza per sottolineare i difetti dell’Occidente, compresa quella, ormai un po’ stantìa, della componente nazista del governo e delle truppe di Kiev.
La vita quotidiana a Donetsk sotto le bombe: il racconto di Denis Pushilin
Ma l’aspetto più interessante della conversazione è quello che riguarda la vita quotidiana della città di Donetsk, per anni sotto bombardamento e che ora, dopo la battaglia di Avdeevka, ha ritrovato la relativa quiete su buona parte del suo territorio:
«Gli anni della guerra ci hanno permesso di tornare ad essere noi stessi. Dopo la caduta dell’Urss abbiamo sognato anche noi di vivere come in Occidente, ma dopo il 2014 abbiamo capito cosa fosse davvero importante: la comunità, la salute e il legame gli uni con gli altri. Anni di bombardamenti e tragedie hanno creato questa consapevolezza in tutti gli abitanti di Donetsk. Ora con entusiasmo stiamo ricostruendo tutto, comprese strutture che non sono mai state rimesse a posto negli anni ucraini, come le strade e le ferrovie sul lato costiero, solo per migliorare la vita delle persone. Abbiamo molte difficoltà ovviamente e ne siamo consapevoli ma abbiamo il supporto dei concittadini in tutta la Russia. A Donetsk siamo tornati a superare di nuovo il milione di abitanti, le persone stanno tornando a vivere qui».
Pur non potendo cancellare la tragedia che sta vivendo il popolo ucraino e non potendo dimenticare l’esodo forzato dal Donbass di migliaia di famiglie che considerano l’Ucraina e l’Occidente una alternativa più credibile rispetto alla Russia, per quanto doloroso possa essere bisogna prendere coscienza del fatto che chi ha deciso di rimanere in città oggi ha obiettivamente più motivi per rallegrarsi di quanti ne avesse durante la guerra civile 2014-2022.
Il grande lascito della caduta di Avdeevka, liquidata dai media occidentali come una conquista relativa, è proprio quello di carattere sociale (pur essendo stato cruciale anche militarmente visti gli oltre 40 chilometri di avanzata russa verso Pokrovsk): il fatto che (almeno per ora) siano finiti gli anni sotto le bombe, senza servizi essenziali come l’acqua corrente e con prospettive lavorative nefaste, per Donetsk e per buona parte della sua cittadinanza vuol dire aver ripreso possesso della propria vita.
Daniele Dell’Orco
