Pragmatismo è la parola magica che sembra spiegare ma, certamente, soprattutto giustifica i fatti di questi giorni.
La penetrazione dei gruppi jihadisti da Aleppo si è conclusa a Damasco, con la caduta del regime di Assad.
È stata una cavalcata rapida, come quella talebana su Kabul nel 2021, guidata da al-Jawlani, leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS): propaggini di Al Qaeda, una leadership che si è rodata nel jihadismo con Al Nusra, per poi affiancarsi ad Al Baghdadi, cavalcando ogni tigre, da pragmatico ci dicono.
Oggi al-Jawlani si presenta con la barba curata, una divisa militare in ordine, fa proclami che offrono garanzie alle minoranze: appunto è pragmatico, ci viene raccontato, perché è stato capace di adattarsi e a cogliere l’occasione che l’ha portato in vantaggio.
Pragmatico anche il Satrapo turco che ha fatto le sue mosse, dopo anni di attesa controllando l’area nord di Aleppo da cui aveva già depredato tutto il possibile, per conquistare la Siria col suo proxy e mettere un tassello fondamentale per l’espansionismo imperiale che lo pervade.
Pragmatico Israele, che ha visto nella marcia jihadista su Damasco un’ulteriore spinta al potere scita, da cui un sostegno indiretto significativo al terrorista diventato ribelle.
Pragmatici i russi, che hanno abbandonato il campo per non sostenere un fronte insostenibile adesso e, forse, per pragmaticamente negoziare l’apertura sul mediterraneo a Latakia.
Pragmatici anche gli americani, che sono restati a guardare.
Pragmatismo è dunque la parola magica che suona come spiegazione dell’incomprensibile, che ha il vantaggio di deresponsabilizzare i singoli attori rispetto alle loro responsabilità del passato, costituendo una discontinuità nelle loro modalità di azione, e aprendo allora alla speranza di poter nel futuro intrattenere relazioni con chi, prima di dimostrarsi pragmatico, era un intoccabile e innominabile.
Pragmatismo e speranza senza giudizio.
Peccato che la storia sia diversa e abbia sempre insegnato altro.
Anche quella storia che è ancora attualità. Per esempio, i comunicati ufficiali di Al Qaeda nella Penisola Arabica, di Al Qaeda nel Subcontinente Indiano, Al Qaeda nel Maghreb e di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin che inneggiano alla vittoria dei fratelli jihadisti sono il presente di questi giorni.
Due passi indietro nel tempo vediamo il radicarsi del jihadismo sunnita dall’Afghanistan al Centro Asia, oggi affacciato sul Mediterraneo.
Un poco più in là, non ricordiamo una sola vicenda in cui l’alleanza con il terrorismo, soprattutto, jihadista abbia portato utilità al resto del mondo: l’America ha giocato spesso con questi gruppi, generando tra i più grandi disastri di queste decadi.
Decenni fa, scriveva ai suoi Osama Bin Laden di avere calma perché Al Qaeda avrebbe portato la guerra ovunque a partire dalla metà degli anni Venti del nuovo secolo, e avrebbe vinto instaurando il suo califfato verso il 2025.
Ma oggi siamo pragmatici e dunque autorizzati a non capire ma essere speranzosi.
Invece, soprattutto per l’Europa, pragmatismo sarebbe fare i conti con la storia e il presente per interpretare la minaccia e anticiparla.
Senza affidarsi alla speranza.
Il jihad si sta rinsaldando da est a ovest fino al Mediterraneo.
Le potenze globali se ne vanno dal Medio Oriente che vedrà l’espansione imperiale turca e la delega a Israele di agente autoreferenziale della security USA: gli unici che traggono infatti vantaggi spendibili dalla vittoria jihadista in Siria sono Erdogan e Netanyahu.
E nessuno di questi due paesi ha interesse per l’Europa né ne condivide la cultura.
In Europa dalle nuove spiagge del jihad si arriva “a nuoto”.
La nostra attenzione, dunque, dovrà concentrarsi sui meccanismi di attrazione e di spinta che la nuova Siria potrà generare perché intorno a essi si svilupperà la minaccia per i nostri Paesi, Italia in prima linea.
Nessuna speranza ma una certezza: la minaccia del terrorismo è in aumento e i Paesi europei sono più soli ad affrontarla.
Marco Lombardi
