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L’ascensore corre veloce verso il 55esimo piano della Federation Tower West, uno dei grattacieli più esclusivi del distretto finanziario di Mosca. Ad Artem Kureyev, l’uomo che guida il progetto Africa Initiative, scappa una battuta, la prima di tante: «Bello, non trova? Ci costa una fortuna, ma da qui possiamo mostrare ai nostri amici africani che la Russia è un posto confortevole anche in tempi di guerra. Vogliamo che capiscano che non siamo un Paese di cannibali che mangia partigiani ucraini a colazione».
La vista dal 55esimo piano del Federation Tower West a Mosca

La vista dal 55esimo piano del Federation Tower West a Mosca

Poi, quando spalanca a Crisis Watch le porte dell’open space di questa agenzia comunicativa dedicata al raccordo tra la Russia e il Continente Nero, arriva la seconda battuta: «Benvenuto nel nuovo quartier generale dei troll russi. Lei è il giornalista più invidiato d’Occidente». Ed esplode in una fragorosa risata.

African Initiative: che cosa sappiamo

In effetti, da quando il Dipartimento di Stato americano lo scorso febbraio ha stilato un report al vetriolo su Africa Initiative, dal titolo “Lo sforzo del Cremlino per spargere disinformazione mortale in Africa”, i più grandi media occidentali, dalla BBC a Le Monde, da Bloomberg al Japan Times, passando per il Wall Street Journal, hanno acceso un faro sulle attività di Kureyev e del suo team. Ritratto come un ufficiale dell’Fsb da un tribunale estone del 2022, dopo essersi occupato del conflitto in Ucraina ha allargato i suoi orizzonti verso l’Africa: «Sì, dicono che lavoro per i servizi segreti, ma confondono l’Fsb e il Gru, l’intelligence militare, due dipartimenti slegati e talvolta persino rivali. Hanno scritto che avrei vissuto in Lettonia dieci anni, ma sono stato solo una volta a Riga per pochi giorni. Non so più nemmeno io chi sono. E dicono che non rispondiamo alle loro mail, invece inviamo sempre risposte. Quelle sì, da veri troll».

Ma in fin dei conti di cosa si occupa Africa Initiative? Lo sintetizza alla perfezione un dipinto che Kureyev ha appeso sulla propria scrivania: ci sono i tre ritratti dei leader di Mali, Niger e Burkina Faso alle spalle del faccione di Vladimir Putin. Tra le nuvole, in secondo piano, compare Thomas Sankara, il “Che Guevara africano” ucciso nel 1987 durante un colpo di stato organizzato da Blaise Compaoré con l’appoggio di Francia, Stati Uniti e militari liberiani.

Il dipinto appeso nell'ufficio di Artem Kureyev: insieme ai leader di Mali, Niger e Burkina Faso compaiono Vladimir Putin e il "Che Guevara africano" Thomas Sankara

Il dipinto appeso nell’ufficio di Artem Kureyev: insieme ai leader di Mali, Niger e Burkina Faso compaiono Vladimir Putin e il “Che Guevara africano” Thomas Sankara

Gli obiettivi di African Initiative

Inaugurata un anno fa esatto, quest’agenzia rientra pienamente nell’ottica russa di voler aumentare la propria influenza soprattutto nei Paesi che sono stati a lungo sotto dominio francese.

Il risultato, per ora, è stata la costituzione dell’Alleanza dei Paesi del Sahel (AES) siglata da Mali, Niger e Burkina Faso e benedetta da Mosca: «Ma non è finita – dice Kureyev – perché i membri di Ecowas (l’alleanza subregionale tra Paesi dell’Africa Occidentale nata nel 1975 col supporto occidentale, Ndr) che volevano addirittura intervenire militarmente per cambiare i governi nei Paesi del Sahel che hanno cacciato via i francesi, hanno capito che il sentimento è cambiato, che il pan-africanismo accomuna tutti loro.

La Nigeria probabilmente entrerà nei Brics (è entrato ufficialmente tra i candidati nell’ultimo vertice di Kazan, Ndr), come ha già fatto l’Etiopia che era un tempo vostra colonia. E realtà come Guinea Equatoriale, Togo e Senegal sono pronte a collaborare con AES». Quindi con i governi filorussi. Kureyev allora diventa serio: «Non esistono governi filorussi. Esistono governi pragmatici che curano i loro interessi. E se sei pragmatico prima o poi capisci da solo quanto convenga collaborare con Mosca». Nello specifico, la Russia di Putin vorrebbe rilanciare il vecchio piano sovietico per accrescere soft-power in Africa, basato su tre aspetti: infrastrutture, sicurezza e cultura. In cambio di risorse, ovviamente.

I progetti di African Initiative nel Continente Nero

Eloquente, ad esempio, il caso dell’energia nucleare: «Abbiamo progetti per costruire centrali lì, visto che solo noi e i francesi al mondo abbiamo le capacità per chiudere l’intero ciclo della produzione di energia nucleare. Ma mi dica, secondo lei, tanto lo Stato quanto i privati investirebbero mai in Paesi instabili, minacciati dai miliziani e dagli jihadisti? No, quindi, serve prima sicurezza. Per questo la Russia risponde alle richieste di supporto militare da parte dei leader politici che vogliono avere pieno controllo del proprio territorio».

Parallelamente, la Russia elargisce aiuti, in teoria gratuiti, per la costruzione di ospedali e scuole, per la diffusione di internet e per la formazione di professionisti, con decine di corsi sia di lingua russa che di scambio culturale inaugurati tra l’Africa e le università di Mosca e San Pietroburgo. Minimo comune denominatore di questa tela, il crescente odio anti-occidentale che (anche) Africa Initiative è accusata di alimentare diffondendo propaganda.

In sostanza, Kureyev teorizza uno sforzo stabilizzatore operato dalla Russia in Africa mentre il resto del mondo considera Mosca fonte di destabilizzazione: «Sì, è vero, siamo malvagi – dice con la voce di Darth Vader e portandosi sul volto una maschera tradizionale africana -. Dicono che facciamo propaganda perché scriviamo articoli che parlano degli esperimenti occidentali e dei biolaboratori in Africa. Ma noi usiamo fonti locali. Ne parlano anche loro e da molto tempo. L’odio nei confronti dell’Occidente non l’hanno portato i russi».

Una maschera tradizionale africana nell'ufficio di Kureyev

Una maschera tradizionale africana nell’ufficio di Kureyev

I rapporti tra African Initiative e Wagner

L’altra grande accusa riguarda i rapporti tra quest’agenzia e la Wagner PMC. Kureyev sostiene che le due realtà siano totalmente distinte: «C’è solo una mia impiegata, solo una, che lavorava nello staff di Yevgeny Prigozhin. L’ho assunta perché è brava. Certo, parliamo con la Wagner, condividiamo informazioni specie in tema di sicurezza nei Paesi in cui siamo entrambi impegnati, come il Mali (dove i soldati della PMC che lavorano con l’esercito regolare hanno subito nei mesi scorsi uno dei più cruenti agguati della loro storia, con decine di soldati trucidati da un fronte unico di ribelli Tuareg e fondamentalisti islamici, Ndr). Ma di “inglobare” la Wagner, come ho letto, se ne sta occupando semmai il Ministero della Difesa, che assorbirà una parte della struttura negli Africa Korps. E Wagner comunque continuerà ad operare privatamente per offrire servizi agli uomini d’affari in cerca di contractor».

I legami tra African Initiative e il governo di Mosca

Ma davvero Kureyev vuole far credere che dietro quest’agenzia non ci sia la longa manus del Cremlino? «Vede, noi siamo assolutamente privati. Riceviamo soldi da altri privati che ci conoscono e che vogliono investire in Africa. Ci sono altre realtà simili in Russia che cercano di offrire servizi ai tanti che vorrebbero investire lì perché sanno che sarà il futuro. Vuole sapere se questi investitori hanno legami col governo o con le grandi corporation russe? Certo che sì. Ma non è che mi citofonano a casa nel cuore della notte portandomi valigette piene di soldi e dicendomi: “Ecco, questi sono per la propaganda russa“».

La verità sta certamente nel mezzo. Magari non rispondono direttamente al governo, ma tutta questa struttura comunicativo-culturale ha il compito di mostrare agli africani il “volto buono” dei russi contrapposto al “neocolonialismo” del cattivissimo Occidente. Una narrazione che fa il paio con quella governativa che alimenta il conflitto in Ucraina, e non a caso Africa Initiative promuove viaggi nella zona di guerra per i giornalisti africani. «Ma sa perché noi risultiamo più affidabili dell’Occidente? – spiega – Perché non vogliamo esclusive e non facciamo ricatti. Sappiamo che altri player, come la Cina, specie nel settore urbanistico e farmaceutico, sono presenti in Africa. E siamo pronti a coesistere con loro, e persino con gli americani. Proponiamo affari che abbiano un vantaggio reciproco, non come hanno fatto i francesi per decenni imponendo addirittura la loro moneta per sfruttare le risorse a senso unico. Gli africani si fidano di noi perché noi possiamo capirli. Negli anni ’90 dopo il crollo dell’Urss l’Occidente ha provato a colonizzare anche noi, indottrinando una fetta di élite per mettere le mani sulle nostre ricchezze mentre il popolo faceva la fame. Le tv ripetevano che stavamo conquistando sempre più democrazia ma io giravo per San Pietroburgo e vedevo gang criminali spadroneggiare in strada e gente comune con la testa nei cassonetti. La miglior forma di propaganda per i russi dell’epoca è stata vedere la realtà intorno a loro. Abbiamo respinto l’assalto occidentale, non solo grazie a Putin. È per questo che gli africani sanno che ci immedesimiamo in loro e nei loro leader pan-africanisti».

Il soft-power russo nel Continente, in alcune zone, si sovrappone ai piani non solo americani ma anche europei e italiani. In Niger, attualmente, ci sono solo due contingenti militari stranieri al lavoro: quello russo e quello italiano. In Libia, dove Roma cerca da tempo di instaurare una sorta di base operativa per il Piano Mattei promosso da Giorgia Meloni, i russi sono “boots on the ground” nella Cirenaica di Kalifa Haftar, dove vorrebbero costruire persino porti e basi navali. Lungo tutta la rotta migratoria che dal Sahel porta alle coste italiane, sia l’Italia che la Russia stanno cercando di espandere la propria influenza. Kureyev, a cui piacciono le provocazioni, chiosa: «Che problema c’è? Se avete leader pragmatici, siamo pronti a collaborare anche con voi». L’ultima battuta, la più pungente.
Daniele Dell’Orco