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Cosa rappresenta la vittoria di José Antonio Kast alle presidenziali cilene per il mondo neoconservatore?

Lo scorso 14 dicembre, dopo quattro anni di governo social-progressista di Gabriel Boric, José Antonio Kast, leader del Partito Repubblicano, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Cile con circa il 58% dei voti, imponendosi sull’avversaria progressista Jeannette Jara, del Partito Comunista, ferma al 42% dei consensi.

L’unione delle destre conservatrici cilene a sostegno di Kast

La coalizione conservatrice è risultata vittoriosa in tutte le regioni del Paese latino-americano, in una tornata elettorale che ha visto l’introduzione del voto obbligatorio e la partecipazione dell’85% della popolazione, il tasso più alto dell’epoca politica del post-Pinochet. A sostegno della figura di Kast al secondo turno delle elezioni si sono schierate anche le altre principali formazioni politiche del centro-destra cileno, come il Partito Nazionale Libertario (fortemente influenzato dalle teorie socio-economiche del presidente argentino Javier Milei) e l’Unione Democratica Indipendente, principale partito conservatore e interclassista cileno che negli anni passati aveva consolidato il consenso di quei settori sociali che avevano fornito appoggio al regime politico impiantato dal generale Augusto Pinochet.

Kast, non possedendo la maggioranza al Congresso, è assai probabile che procederà cercando di trovare un accordo con gli altri partiti dello schieramento liberal-conservatore che lo hanno appoggiato al ballottaggio.

Un neoconservatore distante dalle prospettive nazionaliste…

Kast, infatti, il cui profilo era già stato delineato su queste pagine, con le sue concezioni dichiarate di “Stato-minimo” e la sua vicinanza ideologica al trumpismo, per quanto sia stato definito di “ultradestra”, si pone come molto distante dalla storica destra radicale cilena, che nel XX secolo ha trovato espressione in movimenti come il Fronte Nazionalista Patria e Libertà, cui diversi esponenti presero posizione contro i disegni liberisti dei governi di Pinochet, su tutti il fondatore Roberto Thieme.

Tale corrente della cultura politica cilena, infatti, ha sempre sostenuto un modello politico legato all’idea dello Stato forte e di un impianto socio-economico di stampo corporativo, ben lontano dal liberismo del neoconservatorismo espresso dalla nuova destra cilena odierna. La campagna elettorale del nuovo presidente è stata caratterizzata dalle promesse al contrasto della criminalità e dell’immigrazione clandestina, temi che hanno toccato le corde profonde e le sensibilità di ordine e sicurezza della maggioranza della popolazione cilena, che ha deciso, infatti, di premiare le istanze di rottura espresse da Kast, dopo che nelle due precedenti candidature presidenziali (rispettivamente nel 2018 e nel 2022) l’elettorato cileno gli aveva invece preferito il conservatore moderato Sebastián Piñera prima e il social-progressista Gabriel Boric dopo.

In questi risultati, che confermano comunque una virata conservatrice da parte della maggioranza della società cilena, è difficile non scorgere la delusione per un’altra mancata occasione da parte dei progressisti del Paese sudamericano di modificare gli assetti strutturali della Nazione, in cui permangono un sistema pensionistico, e più in generale di welfare, dai connotati essenzialmente privatistici, oltre ad importanti e sostanziali disuguaglianze sociali.

Anche il Cile sotto l’influenza trumpiana

La vittoria presidenziale di Kast, inoltre, dopo i trionfi di Rodrigo Paz in Bolivia e di Javier Milei in Argentina, si configura come un ulteriore tornante della crescente influenza politica e culturale trumpiana sui Paesi dell’America Latina, in cui istanze di tipo nazionalistico, di ripresa e trionfo dell’importanza strategica della propria Nazione, si mescolano a ricette socio-economiche di stampo liberistico, in opposizione a politiche di matrice socialista.

Difficile, oltretutto, non individuare una dinamica di nuova influenza degli Stati Uniti d’America sull’intera macroregione, ricca di materie prime, come rame e litio, che potrebbero rivelarsi fondamentali nella fase di transizione energetica in atto. Il Cile, d’altra parte, con la sua dotazione di materie prime, potrebbe continuare ad interpretare un ruolo di fondamentale importanza nei nuovi movimenti e cambiamenti geopolitici.

Matteo Boniello