Skip to main content

Il prossimo 7 giugno 2026 i cittadini armeni saranno chiamati a eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. I componenti dell’Assemblea nazionale della Repubblica d’Armenia, monocamerale, saranno eletti con un sistema proporzionale a liste di partito chiuse, nel quale quindi
la preferenza sarà espressa per il partito nel suo complesso. Il sistema, nel caso in cui un partito superi i 2/3 dei seggi, prevede un premio di minoranza per le altre forze; nel caso in cui, invece, dopo la prima tornata elettorale, nessuna forza politica ottenga il maggior numero dei seggi, è prevista una seconda tornata, questa volta con premio di maggioranza.

Rispetto alle scorse elezioni, cadute nel momento del lutto sociale conseguente alla sconfitta nella Guerra dei 44 giorni, la competizione attuale vede emergere tutte le tensioni accumulatesi in questi anni su più fronti. Tanto che la situazione, per alcuni versi, appare ancora più delicata. Tutti gli osservatori esterni hanno già rilevato come la stessa collocazione geopolitica della Repubblica armena dipenda in buona misura dall’esito di queste elezioni. L’attuale primo ministro, Nikol Pashinyan, appare agli occhi della stampa internazionale il perno intorno al quale la nuova ‘questione armena’ si trova a ruotare, e il fulcro di una polemica che coinvolge la stessa identità nazionale. Sarà bene perciò gettare uno sguardo sulle opzioni ideologiche che agiscono profonde dietro la competizione elettorale.

La figura di Pashinyan emerge nel 2018 come guida di un moto popolare di cambiamento che porta rapidamente a un rovesciamento politico, definito dallo stesso Pashinyan una ‘Rivoluzione di velluto’, con richiamo a quella cecoslovacca del 1989. Il movimento ha infatti un
tale successo di popolo che il primo ministro d’allora, Serzh Sargsyan, è costretto a dimettersi: la formazione di una maggioranza parlamentare alternativa porta all’elezione in Assemblea di Nikol Pashinyan come nuovo capo del governo. Le istanze di Pashinyan riguardavano essenzialmente una maggiore, e più democratica, partecipazione ai processi decisionali e la lotta alla diffusa corruzione.
A un osservatore italiano dovrebbe essere ben evidente come la lotta alla corruzione per via politico-giudiziaria sia argomento efficace a produrre cambiamenti politici anche repentini, e veloci sostituzioni di intere classi dirigenti. E quello della nuova élite è stato appunto uno dei primi problemi effettivi dell’ex giornalista Pashinyan, intorno al quale un gruppo dirigente esperto non si era formato tanto rapidamente quanto era avvenuta la ‘rivoluzione’.

Come evento capitale nel nuovo corso della politica armena si colloca la guerra combattuta tra settembre e novembre del 2020 per la difesa della Repubblica dell’Artsakh (territorio armeno noto internazionalmente come Nagorno Karabakh, ‘Alto Karabakh’, già assegnato in epoca sovietica all’Azerbaigian). La guerra aveva prodromi remoti. Nel settembre 1991 il Soviet locale, appoggiandosi alla legislazione dell’epoca, aveva dichiarato la nascita della nuova Repubblica del Nagorno Karabakh dopo che l’Azerbaigian aveva deliberato di fuoriuscire dall’Unione Sovietica. Secondo l’ultima legislazione del morente colosso, infatti, un Oblast’, qual era il Nagorno Karabakh rispetto all’Azerbaigian, aveva il diritto di autodeterminarsi. Si verificava allora la reazione militare azera. La schiacciante vittoria armena portava non solo alla conquista del territorio del vecchio Oblast’, ma anche a quella di sette zone che sarebbero state mantenute come territori- cuscinetto. Occorre precisare che tutta l’area allora conquistata era terreno di antichissima civilizzazione armena, testimoniata da fonti e monumenti.

Una vera pace, però, non è con questo raggiunta. Seguono per decenni scontri e schermaglie al confine, e un conflitto, brevissimo ma sanguinoso, nel 2016, finché nel 2020 una nuova guerra viene intrapresa dall’Azerbaigian di Ilham Aliyev. Tra il 27 settembre e il 10 novembre del 2020 si succedono quotidianamente le battaglie, mentre il fronte tende rapidamente a spostarsi verso la capitale Stepanakert. I soldati azeri avanzano verso Shushi, mentre gli Armeni denunciano l’impiego di armi proibite (bombe al fosforo, a quanto si sa vendute dall’Ucraina all’Azerbaigian) lanciate nelle foreste, dove molti residenti in fuga dai villaggi hanno trovato rifugio. Si intensificano i bombardamenti azeri su tutte le città e in particolare su Stepanakert. La battaglia di Shushi e la relativa conquista della città segnano la fine del conflitto. La minaccia diretta su Stepanakert cade per ora grazie all’intervento della Russia, che costringe le parti a un cessate il fuoco. Si può dire che la guerra sia stata vinta dall’Azerbaigian essenzialmente per una superiorità tecnologica: ruolo determinante hanno avuto i droni di fabbricazione turco-israeliana, capaci di annientare le colonne armene.

Le tensioni politiche successive alla sconfitta portano le autorità armene ad anticipare le elezioni previste nel 2023. Nel giugno del 2021 si tengono perciò le votazioni per la formazione dell’Assemblea nazionale, con il prevalere netto del partito di Nikol Pashinyan (71 seggi contro 36 dei due principali partiti d’opposizione). Appare a tutta prima stupefacente che un leader sconfitto in guerra venga riconfermato alla guida del paese. Se Pashinyan e il suo governo non possono essere infatti gli unici responsabili della disfatta sul campo e dello stato di arretratezza del paese nell’ambito della tecnologia militare (dovuta, semmai, a scarsa lungimiranza della precedente classe dirigente), è pur vero che le scelte di Pashinyan in tema di politica estera, con un progressivo e improvvido allontanamento dalla Russia, hanno determinato l’indifferenza dell’alleato storico nel momento più critico, nella totale assenza di aiuto da altre parti. La riconferma del partito di Pashinyan alla guida del paese nel 2021, perciò, difficilmente può essere spiegata con comuni categorie politiche. È stato osservato che gli Armeni, piuttosto di interrompere il processo di (sperata) democratizzazione intrapreso con il movimento di popolo del 2018, abbiano preferito riconfermare l’egemonia del partito Contratto Civile di Pashinyan. Probabilmente, però, ha agito, e in modo profondo, il trauma collettivo di una sconfitta che ha portato con sé la paura della perdita di nuovi territori: rispetto a un’opposizione politica legata alle vecchie élites postsovietiche, che erano state capaci di conquistare l’Artsakh, ma che ora troppo incautamente insistevano sulla voglia di riscatto, la situazione di stallo di un leader sconfitto, costretto a difendere la sua stessa capitolazione, paradossalmente rassicurava gli Armeni circa un periodo di tregua obbligata, necessario all’elaborazione del lutto sociale.

Nel dicembre del 2022 gruppi azeri bloccano il passaggio attraverso il Corridoio di Lachin, l’unica strada che collega l’Artsakh all’Armenia e al mondo esterno. I 120.000 Armeni ancora residenti nella regione rimangono bloccati all’interno, nell’estrema difficoltà di ricevere cibo, carburante e medicine. La Croce Rossa e il contingente di pace russo inducono gli Azeri a lasciar passare alcuni viveri e medicinali, ma nell’approvvigionamento del cibo, nelle cure mediche, nel proseguimento dell’attività scolastica, e anche nell’impossibile ricongiungimento tra le famiglie separate dal conflitto le condizioni degli Armeni dell’Artsakh diventano sempre più gravi.

Alla fine di settembre del 2023, dopo alcuni giorni di bombardamenti, gli ultimi abitanti dell’Artsakh sono costretti a lasciare le loro terre. Viene dichiarata sciolta la Repubblica, smantellato l’esercito. Si tratta dell’eradicazione completa di un popolo da un suo territorio storico,
di un atto di pulizia etnica. Sono ancora detenuti nelle carceri azere vari prigionieri di guerra, in condizioni di salute assai precarie.

A fronte di questo, le critiche all’operato del Governo e alla sua incapacità in materia di politica estera sono naturalmente cresciute, in Armenia e in Diaspora. Negli ultimi anni Pashinyan ha costruito il suo edificio ideologico su una retorica della pace solo apparentemente rassicurante: la tesi di fondo è che la Repubblica armena, dalla sua indipendenza, non abbia mai conosciuto un’epoca di vera pace rispetto ai nemici esterni; questo avrebbe dovunque impedito uno stato di sviluppo sereno, mentre la pace favorirebbe ora finalmente una nuova fase di crescita economica, aprirebbe a entità politiche dalle quali l’Armenia è storicamente più lontana (come gli Stati Uniti e le istituzioni europee), e renderebbe possibile un dialogo coi nemici storici, Azerbaigian e Turchia, in un progetto di normalizzazione dei rapporti. In uno scenario mondiale sempre più orientato allo scontro bellico, tuttavia, questa posizione appare poco convincente: non è un mistero infatti che l’Azerbaigian, pur disponendo già di una superiorità economica e militare, non stia affatto diminuendo i suoi investimenti, di denaro ed energie, nell’ambito militare. E d’altro canto dalle istituzioni dell’Unione Europea nulla di concreto emerge per sperare nella possibilità di un
autentico, futuro aiuto, in caso di attacco dell’Azerbaigian. L’idea di una disinibita diversificazione delle alleanze internazionali è quanto di più rischioso possa concepirsi, constatata l’esperienza dell’Ucraina e anche, in misura minore, della Georgia: le ragioni della geografia, infatti, non possono essere eluse da ideologia e retorica. Il rapporto personale con Vladimir Putin appare definitivamente compromesso dalla ratifica, da parte del Parlamento armeno, del Trattato di Roma, che istituisce la Corte Penale Internazionale, tribunale che ha emesso un ordine di arresto nei confronti del presidente russo. Anche tenuto conto della delusione che gli Armeni hanno nutrito nei confronti della Russia per il suo limitato intervento in occasione della guerra, ormai appare a molti quasi suicida la volontà di Pashinyan di allinearsi all’ossessione antirussa delle istituzioni europee. Mentre infatti l’Armenia promuove un processo di sempre maggiore integrazione con l’Unione – si consideri anche il recente vertice della Comunità politica europea a Yerevan – i paesi che la compongono hanno incrementato solo il loro interesse per il gas dell’Azerbaigian.

Un piano di pace è venuto per ora dagli Stati Uniti, legato alla fase, per così dire, del ‘primo Trump’, quella del leader non interventista che si proponeva quale elemento pacificatore mondiale: l’ideologia alla base di questa pax trumpiana risulta definitivamente superata, e per sempre
compromessa, dall’attacco all’Iran. La Trump Route for International Peace and Prosperity, il progetto concepito per stabilizzare il Caucaso meridionale, prevede la costruzione di una strada, il Corridoio di Zangezur, che colleghi l’Azerbaigian con la sua exclave occidentale, il Nakhichevan, percorrendo il lembo estremo dell’Armenia meridionale. Il Governo armeno spera che l’Azerbaigian rinunci così a ulteriori mire sulla Repubblica, in particolare sulla regione meridionale del Syunik. Il collegamento tra Azerbaigian e Nakhichevan, tuttavia, appare a molti come il segno fisico di una capitolazione completa dell’Armenia agli interessi del nemico, oltre a non essere benvisto dal contermine Iran, e a introdurre una diretta presenza americana in un’area di storica influenza russa: trasformazione del Caucaso in un nuovo ‘Grande Gioco’ o, forse, solo in un giocattolo pericolosissimo per gli Armeni. Va ricordato che il Nakhichevan è anche l’area che ha subìto il più
grande ‘genocidio culturale’ mai conosciuto, con la distruzione totale di tutti i moltissimi monumenti armeni da parte delle autorità azere.

Un conflitto interno inedito sconvolge inoltre la vita civile della Repubblica, uno scontro senza precedenti tra Governo e Chiesa apostolica. La Chiesa è apparsa di recente critica nei confronti del Governo di Pashinyan, soprattutto per certe concessioni territoriali all’Azerbaigian
ritenute indebite. Alle proteste guidate dal vescovo Bagrat Galstanyan ha fatto séguito un’ondata di arresti (di Galstanyan stesso, accusato di progettare un colpo di stato, e poi di altri due vescovi, di religiosi e fedeli a decine). Accuse di indegnità morale erano già state rivolte da Pashinyan al Kathoghikos (il Patriarca supremo della Chiesa armena) Garegin II, al quale è ora impedito di lasciare il paese; agli alti prelati è addebitato di perseguire gli interessi russi. Una situazione che, di là da ogni osservazione critica possibile alla Chiesa apostolica, appare ormai assumere i contorni di una prevaricazione politica in un paese la cui identità storica è legata proprio al suo peculiare cristianesimo. Gli osservatori italiani dovrebbero avere contezza storica delle ferite profonde che si producono nel corpo sociale quando un nuovo Stato si costruisce in opposizione, anziché in unione, con la Chiesa radicata nel suo territorio: non diversamente accade nella costruzione di un nuovo
corso politico. Non c’è bisogno di insistere sul fatto che questo scontro tocca profonde questioni identitarie ed emotive, proprio mentre nell’Artsakh il patrimonio artistico cristiano va soggetto a devastazioni. La cattedrale del Santo Salvatore a Shushi è stata “restaurata nel suo stile originale”, secondo le autorità dell’Azerbaigian, ovvero ne è stata rimossa la cupola con la croce; la cattedrale della Santa Vergine di Stepanakert risulterebbe distrutta. Oltre a svariati atti di vandalismo e profanazioni di cimiteri.

Tra le ultime richieste dell’Azerbaigian di Aliyev al Parlamento armeno, al fine di un trattato di pace, è la rimozione dalla Costituzione di ogni riferimento anche indiretto alla questione dell’Artsakh: Pashinyan ha promesso che nella prossima carta costituzionale non vi sarà rimando
alla storica Dichiarazione di Indipendenza, che quei riferimenti appunto contiene. Del resto è la stessa memoria di un Artsakh armeno che sembra oggetto di rimozione da parte del Governo, con atti anche inconsulti e repressivi: recentemente, la direttrice del Museo-Memoriale del Genocidio armeno di Yerevan, Edita Gzoyan, è stata costretta alle dimissioni semplicemente per aver donato al vicepresidente degli Stati Uniti in visita un libro sulla questione dell’Artsakh, e accusata di voler interferire con la politica estera del paese. Karine Smbatyan, preside di una scuola di Sardarapat, è stata licenziata per essersi rifiutata di rimuovere la bandiera dell’Artsakh dall’‘Angolo della Gloria’ della scuola, l’area commemorativa dei caduti.

In queste elezioni politiche, le principali forze ad opporsi al Contratto Civile di Pashinyan, che rimane al momento, secondo i sondaggi, il primo partito, sono l’alleanza Armenia Forte, composta dal partito omonimo dell’imprenditore Samvel Karapetyan – fatto arrestare dalle autorità armene con l’accusa di voler destabilizzare il paese – e da due unità minori, e caratterizzata da una netta difesa della Chiesa armena; il partito Armenia Prospera, guidato dall’imprenditore ed ex atleta Gagik Tzarukyan, e segnato da un deciso euroscetticismo; e l’Alleanza Armenia, guidata dall’ex presidente della Repubblica Robert Kocharyan. Le tre formazioni menzionate sono tutte orientate a un recupero dei rapporti con la Russia.

Gli Armeni sono chiamati dunque a scegliere tenendo conto di numerose esigenze pratiche, dalla collocazione internazionale agli investimenti militari, allo sviluppo economico. Ma anche di profondissime questioni legate alla propria identità storica e spirituale, dimenticando le quali il popolo armeno rischierebbe di perdere il contatto con quella potente dimensione interiore che nei secoli ne ha permesso la sopravvivenza e la grandezza culturale, pur in mezzo a pericoli e tragedie.

Marco Ruffili – 23 maggio 2026