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Nella condanna a morte in contumacia dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, emessa dal tribunale penale di Damasco, c’è una buona notizia. Ma ce n’è anche una seconda, più importante: per la prima volta è il nuovo potere siriano a dover dimostrare di essere qualcosa di diverso dal regime che ha sostituito.

Siria: l’inizio dell’era al-Jolani

Da quando Bashar al-Assad è stato deposto, nel dicembre 2024, la nuova leadership siriana ha attraversato le dinamiche proprie ad ogni cambio di regime: la conquista del potere, la riorganizzazione degli apparati, la progressiva eliminazione delle strutture del vecchio sistema e, infine, la costruzione di una nuova legittimitàottenuta senza particolari indugi dalla comunità internazionale.

A distinguere la transizione siriana è stato, almeno inizialmente, l’approccio pragmatico di Abu Mohammed al-Jolani. Ex comandante di al-Nusra, ramo siriano di al-Qaeda, e figura per anni inserita nella galassia jihadista internazionale, ha costruito una progressiva trasformazione politica, culminata nella presa di Damasco e nella ricerca di una nuova legittimità internazionale. Un percorso raggiunto pochi mesi più tardi con la visita ufficiale alla Casa Bianca.

Ma il riconoscimento internazionale, da solo, non basta. Perché dopo la conquista del potere arriva il momento in cui una rivoluzione deve trasformarsi in uno Stato.

Lo stravolgimento dello Stato siriano

Il primo passaggio è stato – come è anche normale che sia – quello della giustizia di transizione. Il Partito Baath siriano viene formalmente sciolto il 29 gennaio 2025, circa sette settimane dopo la caduta di Assad. Contestualmente sono stati annunciati lo scioglimento del Parlamento, dell’esercito e dei servizi di sicurezza dell’era Assad, oltre all’annullamento della Costituzione del 2012.

È difficile, sul piano politico, contestare la necessità di smantellare le strutture fondamentali di un governo appena caduto. Un potere rivoluzionario, per sopravvivere, deve rompere con gli apparati che lo hanno preceduto. Il problema nasce quando la rottura politica si trasforma in ciò che ha estromesso.

L’allontanamento degli alawiti dalla vita pubblica

Nei mesi successivi sono arrivate ampie rimozioni dal settore pubblico di persone considerate legate al precedente governo. Un’analisi del Washington Institute ha parlato di una vera e propria “post-Baath mass dismissal”, avvertendo come l’allontanamento indiscriminato dei dipendenti pubblici rischiasse di trasformare la giustizia di transizione in una «nuova fonte di divisione sociale».

Reuters aveva già riferito, il 31 gennaio 2025, che il nuovo governo prevedeva una drastica riduzione del settore pubblico, arrivando a ipotizzare il licenziamento di circa un terzo dei dipendenti statali. La giustificazione ufficiale era quella di combattere corruzione, inefficienze e i cosiddetti ghost employees, persone formalmente assunte ma che non svolgevano effettivamente il proprio lavoro.

Ma le due dinamiche finirono per sovrapporsi: riforma amministrativa e allontanamento degli uomini del vecchio governo. A farne le spese fu la comunità alawita: nulla rispetto alla persecuzione armata che avveniva contestualmente.

Ed è qui che la transizione ha cominciato a mostrare la sua prima contraddizione, con la giustizia di transizione che ha trasformato l’appartenenza politica, settaria o familiare in una colpa collettiva da espiare.

Persecuzioni e violenze alla base della “nuova” Siria

La condanna di Assad rappresenta oggi la conclusione simbolica di un’epoca e, almeno sul piano formale, il fine corsa dell’espressione politica del baathismo siriano, fondato sui principi di nazionalismo arabo, laicità, socialismo e unità del mondo arabo.

Ma la sentenza arriva in un momento particolarmente complesso per il nuovo governo di Damasco. Ad oltre un anno e otto mesi dalla caduta di Assad, la risposta alla crisi economica e sociale continua a essere una delle principali incognite. Il conflitto ha provocato il crollo della produzione, degli investimenti e del commercio. La Banca Mondiale stimava una contrazione del PIL dell’1,5% nel 2024 e, per il 2025, prevedeva soltanto una crescita dell’1%. La caduta di Assad ha aperto alla Siria una possibilità economica rimasta per oltre un decennio quasi impensabile: il ritorno nei mercati regionali e internazionali. Ma la fine delle sanzioni non coincide con la fine della crisi.

A far da cornice, la promessa di una nuova Siria inclusiva che si è rapidamente confrontata con una realtà segnata da nuove violenze settarie.

Tra il 7 e il 10 marzo 2025, nelle province di Latakia, Tartous, Hama e Homs, alcuni attacchi condotti dai fedeli di Assad contro le forze governative fornirono il pretesto alla nuova autorità per una vasta ondata di violenza contro la comunità alawita. Forze governative e gruppi armati affiliati alle nuove autorità jihadiste furono accusati di esecuzioni sommarie, uccisioni casa per casa, saccheggi e incendi. La dimensione della strage è stata ricostruita da Reuters, che ha identificato 1.479 vittime alawite in 40 località attraverso testimonianze di famiglie, combattenti e funzionari, oltre all’analisi di video, immagini e documentazione locale.

La violenza non si è fermata alla primavera del 2025. A dicembre dello stesso anno, la comunità alawita è stata colpita da un attentato contro la moschea Ali bin Abi Talib, nel quartiere Wadi al-Dhahab di Homs: otto persone uccise e 18 ferite. L’attacco venne rivendicato da Saraya Ansar al-Sunna.

Gli attacchi alla comunità drusa

A farne le spese è stata anche la comunità drusa. Alla fine di aprile 2025, gli scontri esplosi a Jaramana e Sahnaya, nella periferia di Damasco, dopo la diffusione di un falso audio ritenuto offensivo nei confronti dell’Islam, provocarono decine di morti. La situazione precipitò definitivamente nel luglio successivo nella provincia di Sweida, cuore della presenza drusa in Siria.

Tra il 14 e il 19 luglio 2025, combattimenti tra milizie druse, forze governative e combattenti tribali provocarono una delle peggiori esplosioni di violenza settaria dall’inizio della transizione. La Commissione d’inchiesta dell’ONU ha successivamente stimato in circa 1.700 il numero complessivo dei morti, con una larga parte delle vittime appartenente alla comunità drusa. Vennero documentate esecuzioni extragiudiziali, torture, rapimenti, violenze sessuali e distruzione di abitazioni. Anche in questo caso la violenza ha generato violenza, in quadro che ha visto – per l’ennesima volta – la nuova leadership incapace di governare le sue milizie e dar forza ad un vero contratto sociale.

La minoranza cristiana nella Siria di Jolani

Più frammentario, ma comunque significativo, è il quadro relativo alla minoranza cristiana. Già nel dicembre 2024, pochi giorni dopo la caduta di Assad, furono registrati episodi di intimidazione e vandalismo contro luoghi e simboli cristiani. Il più grave arriva il 22 giugno 2025, quando un attentatore suicida entrò nella chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, a Damasco, durante la preghiera e si fece esplodere. Il bilancio fu di 25 morti e 63 feriti. Le autorità siriane attribuirono l’attacco all’ISIS.

Nel 2026 sono proseguiti episodi di violenza e intimidazione. A Tartous, nel mese di marzo, sono state distrutte le croci presenti sulle tombe di un cimitero cristiano, mentre nella stessa provincia di Hama uomini armati hanno attacco la cittadina prevalentemente cristiana di Al-Suqaylabiyah, danneggiando abitazioni, negozi e automobili.

Il quadro che emerge è sicuramente tutt’altro che uniforme. Non tutti gli episodi sono riconducibili alle nuove autorità di Damasco. Non tutte le violenze possono essere definite persecuzioni sistematiche. In alcuni casi gli autori sono i gruppi jihadisti, in altri milizie locali o combattenti tribali. In altre il mandante è Damasco, colpevole altresì dell’incapacità – o meglio dire volontà – di garantire un quadro di sicurezza complessivo nel sistema sociale e settario del Paese.

È proprio questo a rendere complesso il bilancio della transizione siriana.

E allora la questione non è soltanto se Assad debba essere processato o condannato a morte. La questione è chi processerà chi verrà dopo Assad. Perché una transizione cosiddetta democratica non si misura dalla capacità del nuovo potere di condannare il vecchio regime. Si misura dalla sua capacità di applicare alla propria parte gli stessi principi di giustizia che pretende di applicare ai propri predecessori.

La condanna a morte di Assad può quindi essere, per la Siria, la fine di un’era. Può rappresentare il riconoscimento delle responsabilità giudiziaria di Assad. L’ennesima partita settaria.

Ma ciò che non può essere è un’autoassoluzione per il nuovo potere. La giustizia di transizione non è una prescrizione del reato. E la rivoluzione non trasforma automaticamente in giustizia tutto ciò che viene dopo.

E alla fine, la prima buona notizia c’è: il destino non fa favoritismi. Cambia soltanto l’ordine dei turni.

Raffaele Bonsi